Autore: Stefano Calicchio

INPS - Pensione - Ammortizzatori sociali

4
Nov

Pensioni e integrazione al minimo: ecco come funziona e chi sono i beneficiari

Per i pensionati inseriti nel sistema retributivo o nel cosiddetto misto esiste un’opzione importante, chiamata integrazione al trattamento minimo. Scopriamo cos’è e quando spetta.

Tra i diversi meccanismi di tutela previsti all’interno del nostro sistema previdenziale ne esiste uno pensato per garantire che i pensionati possano percepire una cifra utile a mantenere uno stile di vita dignitoso in vecchiaia. Il provvedimento prende nome di integrazione al trattamento minimo ed è stato introdotto nell’ormai lontano 1983 con il dispositivo di legge numero 638.

Nella pratica, la tutela riguarda tutti i pensionati che risultano al di sotto di un determinato reddito annuo, fissato dalla legge in base alle rilevazioni effettuate dai tecnici dell’Istat. Grazie al trattamento minimo, chi è andato in quiescenza con un assegno di importo molto basso si vede così riconoscere un aiuto importante per far fronte alle proprie esigenze quotidiane, considerando anche il fatto che in età avanzata difficilmente si possono trovare altre occasioni di integrazione del proprio reddito.

Passando dalle spiegazioni ai numeri, per l’anno 2019, l’importo sotto il quale spetta questa integrazione è fissato a 513,01 euro. I pensionati inseriti nel sistema retributivo o misto che percepiscono un assegno inferiore a tale soglia possono quindi beneficiare del meccanismo di tutela, purché le prestazioni rientrino tra quelle indicate dalla normativa.

Quali sono i requisiti da possedere per beneficiare dell’integrazione al minimo

Entrando nel caso specifico dei requisiti da possedere per poter beneficiare dell’integrazione al minimo, il legislatore ha previsto in particolare alcuni vincoli a livello reddituale. Per coloro che non risultano coniugati, il limite reddituale annuo per l’integrazione piena è fissato nel 2019 a 6669,13 euro. Può essere invece concessa la cosiddetta integrazione parziale fino a due volte il minimo, cioè alla soglia delle 13338,26 euro.

Per coloro che percepiscono somme superiori è invece esclusa l’integrazione. Diverso il caso di coloro che risultano coniugati. Infatti in questo caso e solo qualora la pensione sia decorsa prima del 1994, i redditi coniugali risultano irrilevanti. Per coloro che invece percepiscono l’assegno successivamente a tale anno, l’integrazione viene garantita se si soddisfano contemporaneamente due requisiti. Il primo riguarda la necessità di non superare le già citate 13338.26 euro individuali. Il secondo requisito prevede che la somma dei redditi coniugali non superi di quattro volte la minima, ovvero per il 2019 una cifra corrispondente a 26676,52 euro.

È chiaro quindi che l’integrazione al minimo risulta strettamente connessa ai redditi del pensionato e della famiglia. Per effettuare il calcolo corretto di quest’ultimi bisogna inoltre considerare tutti i redditi non esenti da Irpef. Restano invece al di fuori del meccanismo di computo gli arretrati che risultano soggetti alla tassazione separata. Si pensi ad esempio al TFR (Trattamento di Fine Rapporto), alle buonuscite oppure agli arretrati per redditi di lavoro risalenti ad anni precedenti.

Quali tipologie di pensioni risultano integrabili al minimo

Visti i requisiti di accesso, passiamo ora ad approfondire le diverse tipologie di prestazioni pensionistiche che rientrano nel beneficio dell’integrazione al minimo. Tra queste sono presenti infatti tutte le pensioni dirette ed indirette erogate dall’Assicurazione generale obbligatoria (spesso conosciuta con l’abbreviazione AGO).

Sono validi quindi anche gli assegni diretti e quelli indiretti (si pensi alla reversibilità in favore dei superstiti). Oltre a ciò, rientrano anche le rendite pensionistiche erogate dai fondi speciali dei lavoratori autonomi, così come quelle dei fondi esclusivi e sostitutivi dell’assicurazione generale.

Sono invece escluse le pensioni supplementari. Restano espressamente esclusi, come già anticipato, tutti i trattamenti pensionistici erogati al di fuori del sistema retributivo e misto, cioè per coloro che hanno iniziato a versare all’Inps a partire dal 1° gennaio 1996. In questo caso, l’unica strada attualmente percorribile per avere un’integrazione (come vedremo nel proseguo dell’articolo) è quella della cosiddetta pensione di cittadinanza.

Le ipotesi riguardanti la pensione di garanzia per il sistema contributivo puro

Il caso appena evidenziato degli iscritti al sistema contributivo puro ha generato un acceso dibattito politico sulla necessità di avviare similari tutele anche per coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre del 1995. Per questi soggetti i sindacati chiedono da diverso tempo l’avvio di una cosiddetta pensione di garanzia, che dovrebbe sostenere il pensionato in modo simile a quanto avviene con l’integrazione al minimo.

Nella fattispecie, le proposte avanzate dalle parti sociali (ed in particolare dalla piattaforma sindacale formata da Cgil, Cisl e Uil) prevedono l’avvio di una pensione di garanzia collegata ed eventualmente graduata rispetto al numero di anni di lavoro e di contributi effettivamente versati dal lavoratore. Oltre a ciò, si dovrebbero valorizzare a livello previdenziale anche gli eventuali periodi di discontinuità lavorativa, nonché i periodi di formazione e quelli caratterizzati da bassa retribuzione (e quindi da una contribuzione non piena).

L’obiettivo finale sarebbe quello di garantire anche a coloro che hanno avuto carriere lavorative difficili un assegno pensionistico dignitoso, proprio come avviene già con l’integrazione al minimo per gli iscritti al sistema retributivo o misto. È chiaro che la questione evidenziata dai sindacati resta in attesa di una risposta da parte della politica. Al momento si è in attesa di verificare se la richiesta troverà effettivamente accoglimento all’interno della nuova legge di bilancio.

La pensione di cittadinanza e l’integrazione al minimo

Un ultimo punto riguardante l’integrazione al minimo concerne la compatibilità con la cosiddetta pensione di cittadinanza, una misura di welfare di recente approvazione (e strettamente connessa con il reddito di cittadinanza). Quest’ultima è destinata agli over 67enni e consente (nel caso vi siano i requisiti reddituali e patrimoniali) l’estensione dell’assegno a 780 euro al mese, una cifra che può arrivare fino a 1170 euro per i coniugati.

Per poterne beneficiare è necessario essere cittadini italiani o dell’Unione Europea, oppure stranieri in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo (i cittadini stranieri devono presentare una documentazione specifica). Al fine di beneficiare della misura bisogna inoltre essere residenti in Italia da almeno un decennio (ed in modo continuativo nell’ultimo biennio). Oltre a ciò, i requisiti reddituali prevedono un valore ISEE inferiore a 9360 euro, insieme a specifici vincoli nei valori patrimoniali.

La pensione di cittadinanza è attualmente riconosciuta anche in favore di coloro che percepiscono un assegno calcolato secondo il sistema contributivo puro e rappresenta quindi l’unica forma di integrazione pensionistica attualmente disponibile per chi possiede i requisiti di legge (molto stringenti dal punto di vista reddituale e patrimoniale).