Referendum Jobs Act: ecco se e quando si farà

Referendum Jobs Act: si farà? Quando? La Corte Costituzionale ha dato l’ok per due quesiti su tre, ovvero voucher e appalti, ma ha giudicato inammissibile quello sull’articolo 18.

Referendum Jobs Act: quando si terrà? Lo scorso 11 gennaio la Corte Costituzionale si è pronunciata sui tre quesiti referendari volti ad abrogare quelli che sono i cardini del Jobs Act.

Mentre i due quesiti relativi all’abolizione dei voucher o buoni lavoro e al ripristino delle responsabilità dell’azienda appaltatrice sono stati approvati, quello sul ripristino dell’articolo 18 è stato bocciato. La sua inammissibilità ha incontrato il favore di otto voti contro cinque contrari.

Ovviamente la decisione della Corte Costituzionale ha suscitato non poche polemiche, tanto nei sindacati – Cgil in primis (che proprio i dati Istat hanno rivelato tra i maggiori utilizzatori dei buoni lavoro) – quanto nei partiti che già a tempo debito si erano schierato contro la riforma del lavoro figlia del governo Renzi.

Ad accomunare le critiche è la ferma convinzione che nella Repubblica fondata sul lavoro si stia negando ai cittadini il diritto di esprimersi sulla legge che dovrebbe regolare proprio i diritti del lavoro.

Ma forse, per scongiurare il rischio di cadere nel bieco populismo, sarebbe bene fare un breve excursus circa il Jobs Act, i suoi contenuti e sul perché in molti hanno reclamato a gran voce i tre referendum abrogativi.

Che cos’è il Jobs Act?
Il Jobs Act è un insieme di norme sulla riforma del lavoro approvate tra il 2014 e il 2015.

Tra le più note si ricordano la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (relativo al licenziamento senza giusta causa), l’estensione dell’impiego di voucher per la retribuzione del lavoro accessorio, l’ eliminazione della cassa integrazione nei casi in cui l’azienda venga chiusa definitivamente, la riforma degli ammortizzatori sociali e dell’indennità di disoccupazione.

Referendum Jobs Act: voucher, articolo 18 e appalti

A dover essere sottoposti al giudizio popolare tramite i referendum abrogativi, secondo la Cgil, i punti salienti della riforma:

  • Voucher: i voucher, già introdotti nel 2003 per scongiurare il lavoro a nero e tutelare le prestazioni occasionali, sono stati legittimati per quasi tutti i tipi di lavoro. C’è stato infatti, negli ultimi due anni, un notevole implemento del loro impiego da parte dei datori di lavoro. Eppure, stando al sindacato, sono numerosi coloro che li utilizzano per retribuire soltanto parte delle ore di lavoro svolte, per dare poi al dipendente un fuori busta a nero. Il quesito referendario sulla loro abrogazione è stato approvato;
  • Articolo 18: viene richiesto il suo ripristino. L’articolo 18 era quello che sanciva il diritto al reintegro da parte del lavoratore licenziato senza una giusta causa, dunque regolava i licenziamenti. Già toccato nel 2012 dalla riforma che portava il nome della Fornero, con il Jobs Act il diritto al reintegro è stato sostituito da un indennizzo economico. Ma, come già detto, il quesito è stato giudicato inammissibile;
  • Appalti: il Jobs Act ha praticamente abolito ogni forma di responsabilità dell’azienda appaltatrice qualora si verifichino violazioni o irregolarità nella retribuzione regolare dei lavoratori. Il quesito referendario è volto proprio al ripristino delle responsabilità del committente dell’appalto, chiamato a rispondere. In questo modo l’azienda che appalta sarà costretta ad esercitare controlli più rigidi. Il quesito referendario è stato approvato.

Ma se la Camusso intende continuare la sua battaglia e minaccia di fare ricorso alla Corte Europea affinché il popolo possa votare, tra il 15 aprile e il 15 giugno di quest’anno, tutti e tre i quesiti referendari, non bisogna dimenticare che l’ombra delle elezioni anticipate rischia di mettere in standby qualunque iniziativa.

Nel frattempo sul web il popolo si esprime: se da una parte c’è chi si dichiara favorevole al voto – in parte per inferire un altro colpo a Renzi, in parte per reintegrare alcuni diritti percepiti come essenziali per i lavoratori – c’è anche chi vede in esso un passo indietro e soprattutto un voto che di referendario, ancora una volta, avrebbe poco, assumendo connotati prevalentemente politici.