Autore: Stefano Calicchio

Disoccupazione - Licenziamento - Lavoro

18
Mar

Coronavirus, secondo l’Onu sono a rischio 25 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo

Le ultime stime in arrivo dalle Nazioni Unite evidenziano gli effetti dell’emergenza sanitaria sui posti di lavoro. Ecco cosa svelano le stime lanciate dall’Ilo.

Dall’Agenzia dell’Onu sul lavoro (Ilo) emerge uno scenario preoccupante rispetto all’impatto che potrebbe avere il Coronavirus sul mondo del lavoro. Secondo quanto riportato all’interno di un report pubblicato nelle ultime ore, 25 milioni di posti di lavoro potrebbero andare persi per via della crisi scatenata dalla pandemia globale.

In particolare, le valutazioni in arrivo dall’organizzazione internazionale mettono in evidenza all’interno di un comunicato dedicato alla stampa diversi scenari, sottolineando la possibilità di “un aumento della disoccupazione globale tra 5,3 milioni (scenario basso) e 24,7 milioni (scenario alto) da un livello base di 188 milioni nel 2019. In confronto, la crisi finanziaria globale del 2008-2009 ha aumentato la disoccupazione globale di 22 milioni”.

Tra gli effetti collaterali di Covid-19 vi sarebbe poi la crescita della sottoccupazione, che rischia di diventare un fenomeno presente su larga scala. La crisi sanitaria ha prodotto infatti una forte riduzione di ore lavorative per moltissime professioni e conseguentemente una riduzione dei redditi da lavoro. Questo senza considerare i cambiamenti in atto nel lavoro autonomo, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo che spesso possiedono una rete di protezione sociale meno resiliente.

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Le conseguenze della perdita dei posti di lavoro per via di Covid-19: calano i consumi

Rispetto a quanto appena evidenziato, l’Organizzazione internazionale del lavoro evidenzia poi le inevitabili ricadute del calo dei posti di lavoro e delle ore lavorate sull’economia, per via della conseguente diminuzione dei consumi. L’ultimo report pubblicato dall’agenzia stima una riduzione nel consumo di beni e servizi, con riverberi negativi per le prospettive di crescita delle imprese.

Infine, è prevista in crescita anche la cosiddetta povertà lavorativa, ovvero quella fascia di popolazione che vive difficoltà economiche nonostante possa contare su un reddito da lavoro. Per i tecnici rischia infatti di “devastare i lavoratori vicini o al di sotto della soglia di povertà”. Le implicazioni potrebbero quindi coinvolgere fino a 35 milioni di persone, che rischiano di finire in condizioni di povertà lavorativa in tutto il mondo.

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Il direttore generale dell’ILO lancia l’allarme: “questa non è solo una crisi sanitaria globale”

A confermare lo scenario appena evidenziato vi sono infine le dichiarazioni del Direttore generale dell’ILO Guy Ryder, che ha fatto il punto della situazione rispetto al possibile scenario futuro facendo un confronto con l’ultima grande recessione registrata nel primo decennio del secolo.

Secondo l’esponente dell’Organizzazione, “questa non è più solo una crisi sanitaria globale, ma è anche una grave crisi del mercato del lavoro e una crisi economica che sta avendo un impatto enorme sulle persone". Rispetto al passato, “nel 2008 il mondo ha presentato un fronte unito per affrontare le conseguenze della crisi finanziaria globale e il peggio è stato evitato. Abbiamo bisogno di quel tipo di leadership e risolutezza anche adesso”.

L’invito ai governi è quindi di fare ricorso a due strumenti chiave che possono essere implementati per “mitigare il danno e ripristinare la fiducia nel pubblico. In primo luogo, il dialogo sociale, interagendo con i lavoratori, i datori di lavoro e i loro rappresentanti. Questo passaggio è fondamentale per costruire la fiducia del pubblico e il sostegno alle misure di cui abbiamo bisogno per superare questa crisi. In secondo luogo” ha proseguito Ryder, bisogna fare riferimento alle “norme internazionali sul lavoro, che forniscono una base comprovata per le risposte politiche incentrate su una ripresa sostenibile ed equa. Tutto deve essere fatto per ridurre al minimo il danno alle persone in questo momento difficile”.