Autore: B.A

Dipendente - Datore di lavoro - Coronavirus

Tutti i dubbi di bar e ristoranti sulle riaperture: il datore di lavoro responsabile per il contagio di un suo dipendente?

Tra i tanti dubbi relativi alle riaperture di bar, ristoranti, parrucchieri ed ogni altra attività oggi ferma, c’è anche quella sulla responsabilità del datore di lavoro circa il contagio eventuale di un suo dipendente.

E se una volta riaperta l’attività, che sia un bar o un ristorante, un salone da parrucchiere o un negozio al dettaglio, un proprio lavoratore subordinato contrae il coronavirus, cosa rischia il datore di lavoro? si tratta di un altro dubbio legato alle riaperture che da qui a qualche settimana, il governo dovrà ordinare.

Ma è un dubbio che riguarda anche le aziende che sono rimaste aperte sempre durante il lockdown (perché attività essenziali) o che sono stare riavviate il 4 maggio scorso dal nuovo Dpcm del governo. Per esempio, un ristoratore è responsabile del contagio da Covid-19 di un suo cameriere, cuoco o di qualsiasi altro lavoratore dipendente?

In materia le posizioni sono differenti, perché le interpretazioni normative, anche del decreto Cura Italia che di fatto ha fatto preoccupare molte categorie di datori di lavoro, sono molteplici. Vediamo di fare il punto della situazione affinché sia più chiaro da cosa scaturisce questa problematica e queste preoccupazioni di molti lavoratori autonomi in vista della loro riapertura.

Riaperture bar e ristoranti, problematiche infinite

Non bastavano i dubbi relativi alla sfera economica dell’emergenza coronavirus per i datori di lavoro, che ne arrivano altre anche legali. Infatti, oltre al danno delle chiusure, i datori di lavoro si trovano nella situazione di non poter immaginare che futuro li aspetta, come sarà il dopo riapertura. I clienti torneranno a frequentare le attività come prima o saranno bloccati, psicologicamente dal coronavirus?

Soprattutto per bar, ristoranti, parrucchieri e simili, gli scenari futuri non possono essere previsti con assoluta certezza. Pensare di tornare a lavorare e quindi a guadagnare come prima, appare un esercizio di pura fantasia. Anche le inevitabili prescrizioni a cui dovranno attenersi, dalla riduzione dei tavolini dei bar, all’accettazione di un cliente per volta in un salone da parrucchiere, aprono ad inevitabili riduzioni di fatturato e di utile.

E poi ci saranno da spendere soldi per le dotazioni di sicurezza, che potrebbero essere liquidi igienizzanti per dipendenti e clienti, mascherine protettive, guanti o divisori in plexiglass. Proprio sulla sicurezza però ci sono dubbi relativi alla possibile responsabilità penale dei datori di lavoro per eventuali contagi di un dipendente che venga confermato come scaturito all’interno delle sedi della attività lavorativa.

Ristoratori responsabili di contagi?

Il decreto Cura Italia, quello che tra le altre cose ha previsto il bonus 600 euro ai lavoratori autonomi e alle partite Iva, ha confermato che la tendenza dell’lnail, di fronte ad un lavoratore dipendente che si ammala di Covid-19 sul posto di lavoro, sarebbe infortunio sul lavoro. E questo nasconde dietro, il rischio penale per il datore di lavoro, come ne ha parlato anche il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti ieri sera durante la trasmissione “Piazza Pulita” su La7.

Durante l’appuntamento di ieri nel salottino di Corrado Formigli, Sallusti ha sottolineato come se non cambierà quella norma, molti datori di lavoro, ristoratori e gestori di attività ricettive, non riapriranno. Ed anche la Fipe, la Federazione Italiana Pubblici Esercenti, lavora per elimare la responsabilità penale dei ristoratori nel caso in cui i loro dipendenti dovessero contrarre il coronavirus.

L’infezione da coronavirus come infortunio sul lavoro è previsto da un articolo del decreto Cura Italia, che stabilisce in sintesi che, nel caso in cui fosse provato che il contagio è avvenuto sul posto di lavoro, il lavoratore dipendente, a tutela di cui la norma è stata varata, avrebbe diritto ad un risarcimento assicurativo. La tutela dei lavoratori dipendenti però in questo caso si scontra con l’esposizione dei datori di lavoro, a rischi dal punto di vista della responsabilità, rischi che potrebbero sfociare anche nella sfera penale.

Senza voler essere ne troppo allarmisti e nemmeno troppo ottimisti, la norma lascia in campo alcune problematiche che anche l’Inail, con una sua circolare di inizio aprile ha contribuito ad alimentare. Naturalmente attaccare un datore di lavoro, perché si è stati contagiati dal virus, può essere fatto ma bisogna dimostrare che il virus lo si è contratto al lavoro. Una cosa che ipotizziamo non sarà semplice da dimostrare, perché bisognerà andare alla ricerca di un nesso di causalità tra la prestazione lavorativa e il contagio, che poi medici e specialisti devono ratificare.

Ma come dicevamo, proprio l’Inail da questo punto di vista allarma ristoratori e tutte le categorie di datori di lavoro. Infatti stando alla circolare dell’Inail del 3 aprile scorso, vige la presunzione di responsabilità. In pratica, il datore di lavoro alla rivendicazione da parte di un suo dipendente, circa il collegamento tra contagio da coronavirus e luogo di lavoro, deve intervenire in prima persona smontando le accuse. Cioè deve essere lui a trovare il modo di dimostrare che il contagio non sia avvenuto per sua responsabilità, altrimenti si presume sia responsabile.

La posizione della Fipe

Sul sito di settore “Italiaatavola.net”, c’è l’analisi di tutta questa problematica, con le dichiarazioni di Silvio Moretti, direttore dei servizi sindacali della Fipe. Per Moretti, fermo restando l’obbligo del datore di lavoro di mettere in atto tutte le misure di contenimento contagio e di sicurezza del luogo di lavoro, occorre cambiare questo orientamento previsto dal decreto Cura Italia. Se un datore di lavoro ha adottato tutti i protocolli di sicurezza, non può essere ritenuto responsabile di eventuale malattia del suo lavoratore dipendente.

Ecco perché Fipe ha già chiesto chiarimenti all’Inail, anche se si sottolinea come occorra un intervento normativo nuovo, a cancellare quella pericolosa norma. “Serve un intervento che stabilisca che nulla possa essere imputato al datore di lavoro se dimostra di aver messo in atto tutte le procedure. La responsabilità dev’essere esclusa e questo è l’orientamento che porteremo al tavolo del Governo”, così Moretti ha ribadito l’iniziativa di Fipe che punta ad una specie di scudo penale per i datori di lavoro.