Autore: Giacomo Mazzarella

INPS - Licenziamento - Datore di lavoro

Ticket licenziamenti, cambiano i parametri di calcolo dell’indennità

Incostituzionale una norma del Jobs Act che collega l’indennità solo alla anzianità di servizio.

Sono passati solo pochi giorni da quando i giudici della Consulta hanno dichiarato incostituzionale l’importo delle pensioni di invalidità, ma è già tempo di parlare di altro in relazione alla Corte Costituzionale. Infatti gli ermellini costituzionalisti hanno definito incostituzionale anche una norma del famoso Jobs Act di Matteo Renzi. La norma in questione è quella sui ticket licenziamento. L’indennità di licenziamento alla luce di quanto sancito dalla Consulta, cambia parametri di calcolo.

Ticket licenziamenti, cos’è?

Il ticket licenziamento è di fatto un contributo che ogni datore di lavoro deve versare all’Inps in caso di cessazione di un rapporto di lavoro con un suo dipendente. Una indennità che il datore di lavoro deve versare quando si interrompe il rapporto di lavoro con un suo dipendente assunto a tempo indeterminato. Solo per le dimissioni volontarie il ticket non è dovuto. L’indennità di licenziamento per il 2020 è pari a 503,30 euro da moltiplicare pe gli anni di servizio del dipendente.

Infatti il ticket licenziamento varia a seconda degli anni di permanenza in azienda del lavoratore, ma fino alla soglia massima di 3 anni. Infatti per un dipendente con anzianità superiore a 36 mesi il ticket dovuto è pari a massimo 1.509,90 euro.

Cosa ha deciso la consulta

Proprio il collegamento alla anzianità di servizio è ciò che la Consulta ha reputato adesso incostituzionale. L’indennità non può essere commisurata solo a questo parametro. Quindi, è incostituzionale la norma del Jobs Act che ancora ticket alla sola anzianità di servizio.

Secondo i giudici, occorre collegare il ticket anche all’effettivo danno sofferto dal lavoratore che è stato ingiustamente licenziato per motivi formali o per vizi nella procedura adottata dal datore. Questo quello che si legge nella sentenza ed anche in un articolo di approfondimento del sito «laleggepertutti.it».

Letteralmente la sentenza sottolinea che questo criterio fin qui adottato «non fa che accentuare la marginalità dei vizi formali e procedurali e ne svaluta ancor più la funzione di garanzia di fondamentali valori di civiltà giuridica, orientati alla tutela della dignità della persona del lavoratore».

In parole povere, la normativa attuale espone il lavoratore ad una forma di discriminazione, soprattutto quelli con anzianità di servizio breve.
Infatti in questi casi di anzianità modesta, il datore di lavoro non avrebbe alcuno scrupolo a licenziare un lavoratore con poca anzianità di servizio, confidando nel fatto che, anche in caso di dichiarazione di illegittimità del licenziamento, l’indennità sarebbe di importo contenuto.

A maggior ragione se si considera che anche la soglia minima di due mensilità stabilita dalla legge non permette una valida tutela del lavoratore colpito dalla perdita del posto di lavoro. Non è la prima volta che la Consulta si occupa dell’indennità di licenziamento in capo al datore di lavoro. Era il 2018 quando la Corte Costituzionale dichiarò illegittima la determinazione dell’indennità dovuta per i licenziamenti privi di giusta causa o di giustificato motivo oggettivo o soggettivo.

A sentenza pubblicata adesso il giudice, nel rispetto delle soglie oggi fissate dal legislatore, determinerà l’indennità tenendo conto sempre dell’anzianità di servizio, ma utilizzando anche altri criteri relativi alle particolarità del caso concreto, tra cui gravità delle violazioni, il numero dei dipendenti, le dimensioni dell’impresa, il comportamento e le condizioni delle parti.