Autore: B.A

21
Gen 2020

Riforma pensioni: quota 82 o quota 102? ecco le ultime in vista dell’incontro tra governo e sindacati

I sindacati propongono quota 82, il governo invece è fermo su 102, occorre un compromesso, ecco cosa può accadere.

La riforma delle pensioni è argomento che sarà al centro dell’incontro fissato al Ministero del Lavoro tra governo e sindacati per il prossimo 27 gennaio. Il punto della situazione ormai è chiaro, con le parti in causa che hanno posizioni distanti per quanto concerne le ipotesi di riforma che si vanno via via ventilando. Il governo è fermo sulla quota 102, mentre i sindacati continuano a chiedere la quota 82. In situazioni del genere, occorre trovare un compromesso, che oggi appare difficile vista la distanza non certo di poco conto, delle posizioni di partenza. Un compromesso che potrebbe essere quello di una Ape sociale rafforzata, che tra l’altro vede Tommaso Nannicini come sponsor.

La quota 102 come funziona?

Per riformare le pensioni, il governo, per ammissione del Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, ha di fatto predisposto 3 commissioni. Una che deve valutare la gravosità delle diverse tipologie di professione e lavoro. La seconda che deve studiare un modo di separare assistenza e previdenza. La terza invece, che sarà un autentico pool di tecnici che studierà una riforma fattibile dal punto di vista dei costi. Una della difficoltà maggiori della riforma è proprio la sostenibilità del sistema che le nuove misure previdenziali devono garantire.

Le casse dell’Inps sono scarne, perché la spesa previdenziale così come è oggi, è troppo elevata. Il problema per molti è relativo al fatto che per spesa previdenziale, cioè per i costi che l’Inps sostiene per pagare le prestazioni, non vengono tenute in considerazioni solo le pensioni, ma anche le prestazioni assistenziali. Separare assistenza da previdenza quindi, sarebbe il primo passo per rendere più floride le casse dell’Inps, perché le uscite assistenziali sarebbero in capo all’ Stato e non più all’Istituto Previdenziale.

Per riforma sostenibile il governo pensa alla quota 102, una misura che consentirebbe, senza distinzioni di professione, ai lavoratori di andare in pensione a partire dai 64 anni, con 38 di contributi. La pensione verrebbe calcolata interamente con il metodo contributivo e la scelta sull’età di uscita, a partire dall’età minima fissata verrebbe lasciata ai lavoratori.
Per le attività logoranti invece, si pensa ad una misura che parte dai 62 anni di età, magari fissando a 36 o 37 anni i contributi necessari. Una misura che sarebbe appannaggio di lavoratori con problematiche, oltre che di tipologia di professione svolta, anche di salute o di reddito.

La quota 82 dei sindacati

I sindacati invece puntano dritto alla quota 82, la pensione con soli 20 anni di contributi, aperta a tutti coloro che compiono 62 anni di età. Una misura che i tecnici del governo e gli opinionisti considerano improponibile proprio perché costando cara, minerebbe la sostenibilità del sistema. Evidente la differenza tra le due posizioni, tra quella del governo e quella delle parti sociali. Serve una linea comune, magari un compromesso tra i soggetti che il 27 siederanno al tavolo della trattativa. Un compromesso che potrebbe essere quello del disegno di legge di Tommaso Nannicini, che propone un’uscita a 64 anni con 20 di contributi, ma con il ricalcolo contributivo. Inoltre, sempre Nannicini spinge per una quota 92 una specie di nuova Ape sociale, con 62 anni di età e 30 di contributi, e solo per le fasce di lavoratori con problemi.