Autore: Stefano Calicchio

Pensione - INPS

Riforma pensioni, il nodo della flessibilità dai 62 anni per tutti e delle penalizzazioni

Dai nuovi incontri tra governo e sindacati sulle pensioni dovrà uscire un meccanismo di flessibilità generalizzato in grado di calmierare la fine della quota 100, ma al momento le ipotesi non convincono tutti.

Con l’arrivo del mese di settembre 2020 si riapre il cantiere della riforma pensionistica, il quale vedrà al centro dell’attenzione sia interventi di breve termine che un vero e proprio ripensamento della flessibilità in uscita dal lavoro. L’obiettivo più urgente è di garantire le opzioni di tutela in scadenza entro il termine dell’anno, come nel caso delle pensioni anticipate tramite opzione donna e ape sociale.

Ma nel lungo termine (2021-2022) la vera sfida consiste nell’avviare una flessibilità generalizzata in uscita dal lavoro per tutti, così da sopperire al termine della quota 100. Sul punto si profila l’ipotesi di aprire le porte dell’Inps dai 62 anni di età oppure con la quota 41 (cioè raggiunti i 41 anni di versamenti indipendentemente dall’età anagrafica), ma al prezzo di penalizzazioni che negli scenari peggiori potrebbero risultare anche importanti.

Riforma pensioni, il nodo delle penalizzazioni per la quota 41 e la nuova flessibilità dai 62 anni

A fare da perno alla discussione vi sarebbe proprio la questione delle penalizzazioni applicate ai nuovi meccanismi di uscita post quota 100. Quest’ultima misura consente di lasciare il lavoro a partire dai 62 anni di età e con almeno 38 anni di contributi senza penalizzazioni, ma risulta in scadenza al 31 dicembre del 2021.

Senza ulteriori interventi si tornerebbe ai criteri della legge Fornero. Si verrebbe così a creare uno scalone lungo fino a cinque anni per tutti quei lavoratori che non riusciranno a maturare i requisiti della quota 100 prima del 2022. Le ipotesi allo studio parlano della quota 41 per tutti e di un’uscita anticipata dai 62 anni con almeno 20-25 anni di versamenti, ma entrambe sarebbero caratterizzate da una forma di taglio dell’assegno.

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Pensioni anticipate: dal ricalcolo contributivo alla perdita del 3% sull’assegno

Stante la situazione appena evidenziata, le ultime indiscrezioni di stampa hanno formalizzato la possibile perdita dell’assegno nelle nuove misure di flessibilità previdenziale attorno al 2 o 3% l’anno, fino alla maturazione dei requisiti di quiescenza secondo la cosiddetta pensione di vecchiaia. Visto che l’età per quest’ultima è fissata a 67 anni, la penalizzazione massima dovrebbe attestarsi al 15%.

Diverso sarebbe il caso dell’applicazione del ricalcolo contributivo puro su tutto l’assegno. In questo scenario la penalizzazione potrebbe arrivare a diminuire l’assegno anche del 25-30%, percentuali di taglio che sono considerate come inaccettabili da moltissimi lavoratori e anche dai sindacati. La questione appare ovviamente dirimente, perché una penalizzazione eccessiva potrebbe comportare l’inefficacia dell’intervento di apertura dei criteri di uscita dal lavoro.

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