Autore: B.A

Pensione

Riforma pensioni: dal cilindro del governo esce la pensione a 60 anni con Naspi annessa, ma a carico dell’aziende

Tra le varie ipotesi di intervento nella legge di Bilancio emerge la possibilità di potenziare l’isopensione ed anche i contratti di espansione

Per i più critici si potrebbe dire che il governo cerca una soluzione al rebus pensioni che è chiamato a risolvere. La riforma delle pensioni è una necessità del sistema previdenziale. Già lo era perché c’è bisogno di superare la pesante riforma del governo Monti/Fornero. E lo sarà a maggior ragione alla fine del 2021, quando chiudendo i battenti la quota 100, senza opportuni interventi si correrà il rischio di andare in pensione con uno scalone di 5 anni in un solo colpo.

E gli incontri tra governo e sindacati continuano incessanti, con qualcosa che andrà necessariamente prodotto già con la imminente legge di Bilancio. Anche nel summit di ieri si è continuato a discutere dei soliti argomenti, con la proroga di opzione donna e dell’Ape sociale che continuano ad essere le due misure più gettonate come inserimento nel pacchetto pensioni della manovra.

Ma ieri sono emerse alcune novità, nuove ipotesi di intervento, che richiamano a misure già adottate. A sorpresa rispetto alle previsioni, ecco che fuoriescono dal summit di nuovo, isopensione e contratti di espansione, misure di pensione anticipata, ma a carico dei datori di lavoro, cioè delle aziende. Strumenti previdenziali questi che potrebbero essere potenziati rispetto a come li conosciamo.

Isopensione, cos’è?

L’isopensione è una misura che ha introdotto proprio la riforma del 2011, la cosiddetta riforma Fornero. L’isopensione è una misura che consente al lavoratore cui mancano pochi anni alla pensione, di accordarsi con l’azienda per cui lavora, affinché venga collocato a riposo già a partire dai 60 anni.

Infatti si tratta di uno strumento destinato a chi si trova a 7 anni dal raggiungimento della vigente età pensionabile della quiescenza di vecchiaia. La misura è chiamata anche assegno di esodo perché nasce, oltre che per consentire al lavoratore più stanco da anni ed anni di lavoro, di andare in pensione prima del previsto, anche per consentire all’azienda che ne ha necessità, di svecchiare l’organico dipendenti.

Serve accordo tra le parti, con il lavoratore che è assistito in questa piattaforma di intesa, dai sindacati. I 7 anni mancanti alla pensione, possono essere anche quelli che mancano alla pensione anticipata, quella che per gli uomini si centra con 42 anni e 10 mesi di lavoro e che per le donne si centra con 41 anni e 10 mesi di lavoro.

Per rientrare nell’isopensione occorre essere un lavoratore dipendente a tempo indeterminato, sia del settore privato che del settore pubblico. L’importante è che l’azienda per cui si presta servizio abbia un organico dipendenti con 15 o più lavoratori a libro paga.

Contratto di espansione cos’è?

Più recente di nascita è il contratto di espansione, che è stato varato dal primo governo Conte, il cosiddetto governo giallo-verde con Lega e Movimento 5 Stelle nella maggioranza.

Il contratto di espansione è una via di mezzo tra una misura previdenziale ed una assistenziale, tanto è vero che molti lo considerano un ammortizzatore sociale. Con il contratto di espansione, aziende con più di 1.000 dipendenti, possono fornire uno scivolo anticipato ai propri lavoratori.

Una soluzione alle politiche di ringiovanimento dell’organico dipendenti ed alla crescita aziendale, anche votata alle nuove tecnologie, che molte aziende rincorrono. Con il contratto di espansione le aziende possono accompagnare i lavoratori alla pensione (naturalmente quelli che si trovano vicini alla pensione), dotarsi, assumendo, di un organico più giovane e più propenso alle nuove tecnologie e riqualificare il personale che rimane in servizio.

La misura è stata introdotta in via sperimentale per il biennio 2019-2020, e si affianca all’isopensione. Infatti rispetto a quest’ultima è più economica perché nell’isopensione il pagamento dell’assegno sostitutivo della pensione, da erogare fino al raggiungimento della vera pensione del lavoratore, è completamente a carico delle aziende.

Con i contratti di espansione invece, lo Stato finanzia l’eventuale Naspi o l’eventuale cassa integrazione collegate al processo di ringiovanimento del parco dipendenti di una azienda. Nei contratti di espansione l’anticipo ammissibile è pari a 5 anni. Infatti possono accedere i lavoratori di aziende sopra i 1.000 dipendenti, che maturano i 67 anni di età o i 42,10 di contributi, entro 5 anni.

Isopensione 2020, come potrebbe essere? E i contratti di espansione?

Restando nel campo delle ipotesi, perché ancora nulla è deciso, il governo potrebbe innanzi tutto inserire oltre alle già citate proroghe di opzione donna e Ape sociale, anche quella dei contratti di espansione.

Si tratta di tre misure che vanno tutte in scadenza il 31 dicembre prossimo e che senza rinnovo cesserebbero di essere in vigore. Per i contratti di espansione si pensa ad un ritocco molto importante, perché fino al 31 dicembre 2020 come dicevamo, la facoltà di collocare anticipatamente a riposo alcuni lavoratori, risulta appannaggio di aziende con almeno 1.000 dipendenti.

L’idea è di abbassare la soglia e portarla a 500 lavoratori.

Per quanto concerne l’isopensione, che inizialmente era uno scivolo di 4 anni e poi diventò di 7, l’ipotesi e di confermarla come adesso, cioè con un anticipo possibile già a 60 anni. Inoltre si penserebbe di introdurre la Naspi per il primo periodo di uscita in modo tale da offrire agevolazioni alle aziende, che per l’isopensione sopportano in pratica, per intero il costo dell’assegno sostitutivo.

Un po’ quello che accade con i contratti di espansione, dove i primi due anni dell’anticipo previsto a partire dai 62 anni, sono coperti dalla Naspi. E stesso anticipo per le pensioni anticipate, quelle comunemente distaccate dai limiti anagrafici. In questo senso, gli uomini potrebbero sfruttare la possibilità di lasciare il lavoro a meno 5 anni dai 42 anni e 10 mesi della pensione anticipata, cioè già con 37 anni e 10 mesi di contributi versati. Le donne ancora prima, cioè con 36 anni e 10 mesi.