Riforma pensioni: dal 2022 uscita 62 anni con opzione contributiva per tutti

Riforma pensioni: dal 2022 uscita 62 anni con opzione contributiva per tutti

Nuova proposta dei sindacati, necessario assegno pari ad 1,5 volte la pensione sociale

Per forza di cose le politiche del governo Draghi, alla stregua del precedente esecutivo Conte, vertono tutte sull’emergenza Covid, sul decreto Sostegno da varare e sulla campagna vaccinale. Presto però si tornerà a parlare di pensioni, perché man mano che passano i giorni più si avvicina la scadenza di quota quota 100 e ciò che verrà dopo è ancora, inevitabilmente, in alto mare.

Ma è altrettanto vero che presto governo e sindacati torneranno a sedersi al tavolo delle trattative, con le parti sociali che, come si legge sul quotidiano «Il Corriere della Sera» aggiornano la lista delle proposte che potrebbero portare al tavolo. Sarebbero 6 vie di pensionamento anticipato rispetto ai 67 anni della pensione di vecchiaia.

Quali i suggerimenti dei sindacati sulle pensioni

Flessibilità in materia età pensionabile, tutele per i lavori gravosi, previdenza complementare, sostegno previdenziale per le lavoratrici madri e per i giovani, nuova perequazione e scivolo per le piccole aziende. Sono questi i punti salienti delle proposte dei sindacati. Il fattore quota 100 spinge le parti sociali a proporre nuove regole per la pensione anticipata dal 2022.

I sindacati hanno già chiesto un incontro con il Ministero del Lavoro.
I segretari confederali della Triplice, cioè Roberto Ghiselli della Cgil, Ignazio Ganga della Cisl e Domenico Proietti della Uil, hanno chiesto di riaprire la piattaforma in modo tale da avere il primo summit col neo Ministro del Lavoro Andrea Orlando.

Riforma pensioni: occorrono interventi di vario genere

Lo scalone post quota 100 incombe. Dopo il 31 dicembre 2021 al posto dell’uscita a 62 anni si passerà alla pensione a 67 anni. Senza una nuova riforma questo è lo scenario che di apre. Per questo i sindacati chiedono un restyling del sistema, con ingresso della flessibilità sull’età pensionabile a partire dai 64 anni o ancora meno.

Questo naturalmente a prescindere da interventi specifici per i giovani e le donne con figli, categorie che vanno tutelate alla stregua di chi svolge lavori particolarmente gravosi. Poi restano tutti quanti i vecchi cavalli di battaglia dalla quota 41 come nuova misura di pensione anticipata, oppure il potenziamento dello scivolo previsto dal contratto di espansione e la previdenza complementare.

Opzione contributiva per tutti

Secondo i sindacati si potrebbe allargare il regime contributivo che la legge Dini ha introdotto per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995, anche a chi rientra nel sistema misto. In base alla proposta dei sindacati, la struttura di quella che viene chiamata opzione Dini dovrebbe essere ritoccata in maniera profonda.

Oggi infatti con l’opzione Dini si va in pensione a 64 anni con 20 di contributi ma a condizione che la pensione liquidata col primo rateo spettante sia pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale. Per i rappresentanti sindacali l’idea, oltre che allargare la misura anche ai lavoratori in orbita sistema misto, quelli cioè che hanno iniziato a lavorare prima del 1996 con parte di pensione calcolata col retributivo, è quella di rendere la misura meno rigida come requisiti.

Potrebbe essere lecito attendersi una riduzione a 62 anni dell’età minima prevista per la misura. Poi occorrerebbe ridurre la soglia delle 2,8 volte l’assegno sociale, portandola a 1,5 volte o ancora meno. Un intervento quest’ultimo nell’ottica di estendere il più possibile la misura come platea. Leggi anche: Pensioni 5 anni prima per la crisi Covid, novità dai sindacati