Autore: Giacomo Mazzarella

Pensione

Riforma delle pensioni: ecco come i nati fino al 1959 possono salvarsi dalla quota 102

Il Ministro Catalfo ha parlato di riforma in arrivo a giugno 2021, ma la quota 102 è penalizzante, ma qualcuno può divincolarsi.

Tra la legge di Bilancio 2022 ed un decreto ad hoc durante il corso del 2021, sembra che l’intenzione del governo verta verso la seconda ipotesi. Parliamo della riforma delle pensioni che gioco forza dovrà essere emanata per il 2022, quando scomparirà la quota 100.

Il Ministro Catalfo in una sua intervista a Repubblica ha parlato di accordo sulla riforma entro giugno, aprendo di fatto ad una intesa con i sindacati sulle misure che faranno capolino nel 2022.

Un accordo che il Ministro forse considera più facile di quello che è, perché i sindacati partono da una flessibilità in uscita a 62 anni e da una quota 41 per tutti come nuova pensione anticipata. Il governo invece sembra che abbia trovato la soluzione anti scalone post quota 100, con una quota 102. Ma si tratta evidentemente di una misura peggiorativa rispetto a quota 100.

Differenze tra quota 100 e quota 102

Da quota 100 a quota 102 si perdono esattamente due anni di età pensionabile dal momento che sembrerebbe che il parametro dei 38 anni di contributi resterà fermo. Serviranno 64 anni compiuti per eventualmente centrare la quota 102.

Non ci sarà lo scalone di 5 anni che entrerebbe in scena se al posto quota 100 si lasciasse solo la pensione di vecchiaia a 67 anni, ma si tratta pur sempre di un inasprimento di 2 anni. E non si può non considerare che la quota 102 potrebbe nascondere penalizzazioni che la quota 100 non ha, come per esempio il taglio fino al 3% per ogni anno di anticipo sulla età pensionabile dei 67 anni.

In pratica, un 64enne che esce con quota 100 rispetto ad un 64enne che esce con la quota 102, a parità di contribuzione versata e a parità di carriera lavorativa e tipologia di impiego, percepirebbe fino al 9% in più.

Come salvarsi dall’inasprimento

Se davvero la via sarà quella tracciata, cioè di quota 102 a 64 anni, chi è nato dopo il 1959 non potrà farci assolutamente niente e si troverà con una pensione tagliata dalle penalità per anno di anticipo e con il dover restare al lavoro due anni in più. Se il governo non considera un salasso questa situazione, probabilmente sbaglia.

Il problema però può riguardare anche chi pur se è nato entro il 1959, non riesce ancora a completare i 38 anni di contributi entro la fine del 2021. Anche per questi sarà un autentico disastro.

Resta però la scialuppa di salvataggio della cristallizzazione dei requisiti, perché riuscire a rimanere nel perimetro di applicazione della quota 100 può agevolarne l’uscita anche negli anni successivi, e se come età potrebbe cambiare poco, perché non uscire a 62 anni significa comunque avvicinarsi all’età prevista per l’ipotetica quota 102, almeno ci si salva dalla penalizzazione in termini di uscita.

Un esempio chiarirà meglio ciò di cui parliamo. Fermo restando che siamo nel campo delle ipotesi, una persona che ha deciso di restare al lavoro anche nel 2022, nonostante sia nato nel 1959 ed abbia maturato 38 anni di contributi entro la fine del 2021 (cioè ha maturato il diritto alla quota 100), potrà uscire dal lavoro nel 2023, a 64 anni di età come un coetaneo che però i 38 anni di contributi li ha completati nel 2023, ma ricavando una pensione maggiore. Infatti per il solo fatto di rientrare in quota 100, non subirà la penalizzazione ipotizzata del 3% per anno di anticipo.

Per questo la caccia alla contribuzione, mai come in questo 2021 può essere determinante. E gli strumenti sono tutti a disposizione, anche a costo di rimetterci qualcosa come onerosità degli strumenti stessi. Cumulo, ricongiunzione, riscatto e così via, cioè qualsiasi strumento utile a completare i 38 anni di contribuzione entro la fine dell’anno appena entrato.