Autore: B.A

Pensione

13
Lug

Quota 41 e flessibilità col contributivo, ma con paletti, per il dopo quota 100 è possibile

Al termine di quota 100, possibili novità che anticipano le uscite, ma con vincoli e limiti.

Quota 100 è intoccabile, perché nonostante a pochi piaccia, l’attuale governo sembra orientato a lasciare in vigore la misura. Ma quota 100 non è una misura strutturale, perché si tratta di una misura sperimentale, valida per un triennio. Pertanto, la quota 100 non andrà oltre la sua scadenza originaria quella prevista per il 31 dicembre 2021.

E poi cosa accadrà al sistema pensionistico nostrano? Le teorie, le proposte e le misure sono tante, almeno in base alle ultime indiscrezioni e voci che traspaiono. Speranze che ci siano misure che consentano uscite anticipate dal mondo del lavoro, non sono del tutto campate in aria. Si parla infatti di quota 41 e di pensione flessibile a 62 anni. Una autentica rivoluzione, difficile ma non impossibile.

Il post quota 100, pensione ancora a 62 anni

Un sistema basato sul calcolo delle pensioni col sistema contributivo, non può prescindere dalla flessibili. Evidente che se una pensione viene calcolata interamente col sistema contributivo (chi ha carriera iniziata dopo il 1995 è un contributivo puro, con assegno calcolato solo con questo sistema), più si lavora più si prenderà di pensione. E allora è lecito attendersi che nascano misure che lascino ai lavoratori mano libera su quando lasciare il lavoro.

Naturalmente fissando una età minima di uscita e una soglia minima di contribuzione previdenziale da versare. Tutti ancora in pensione a 62 anniquindi, anche senza la quota 100? L’intervento è necessario, perché con la fine di quota 100, si aprirà il cancello di uno scalone di 5 anni.

Per andare in pensione bisognerà aspettare di norma i 67 anni, e così basteranno pochi giorni di differenza sulle date di nascita tra lavoratori, per determinare l’obbligo di permanenza al lavoro di 5 anni in più per un soggetto rispetto ad un altro. L’esempio classico è quello del nato nel 1959, magari a dicembre, che sarà l’ultimo lavoratore a rientrare in quota 100. Per chi è nato qualche giorno dopo, magari nel gennaio 1960, senza quota 100 la sua pensione slitterebbe a 67 anni, cioè al lavoro almeno fino al 2026. Ecco perché si parla di flessibilità per le future uscite.

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Le misure in arrivo dopo il 2021

Quota 41 e pensionamento anticipato a partire dai 62 anni di età. Potrebbero essere queste le novità. Misure da molti richieste ma che necessariamente devono prevedere paletti e vincoli ben definiti.

Il fatto che molti tra sindacati, gruppi di lavoratori, comitati e anche politici, pensano che sia necessario l’intervento normativi sulla previdenza per il post quota 100 è un dato di fatto. Non si potrà certo tornare alla disciplina della legge Fornero e sarà necessario introdurre nuove ed opportune regole, per detonare il pericolo scalone.

Si parla pertanto, della introduzione di criteri di flessibilità previdenziale. In primo luogo, quota 41, ma per tutti. Estendere quindi la possibilità di andare in pensione a tutti con 41 anni di contributi versati senza limiti di età. Una facoltà questa, oggi attiva per chi ha un anno di contributi anche discontinuamente versato prima dei 19 anni di età (precoci), e che risulta alternativamente disoccupati, invalido, caregivers o alle prese con i lavori gravosi.

Inoltre, si pensa ad abbassare l’età pensionabile a 62 anni, la stessa età di uscita di quota 100. Un modo per aiutare lavoratori ad uscire dal lavoro in questa fase di enorme crisi generale, evitando di rendere persone over 62 o con già 41 anni di contributi versati, che però hanno perduto il lavoro per il coronavirus, di diventare bisognosi di assistenzialismo con reddito di cittadinanza indennizzi e bonus vari.

Riforma pensioni con paletti

È naturale anche che le misure previdenziali da varare, non potranno essere prive di paletti. E qui si potrebbe ragionare su un ricalcolo contributivo degli assegni, come per i contributivi puri. Anche chi ha iniziato la carriera prima del 1996, potrebbe dover optare per il ricalcolo contributivo per sfruttare le misure di flessibilità in uscita, magari anche quota 41. Significherebbe accettare un assegno più basso di pensione a fronte di una uscita in anticipo.

La stessa cosa accadrebbe se si prevedesse una penalizzazione crescente in base agli anni di anticipo. Magari il 2% all’anno di penalizzazione per chi esce dal lavoro prima dei 67 anni di età. Un taglio superiore al 10% per chi riuscirebbe ad uscire a 62 anni di età per esempio.