Autore: B.A

25
Dic 2019

Quota 100 anche nel 2020, ed iniziano i lavori su quota 41 o quota 103

Manovra approvata, scivolo con quota 100 confermato, ma adesso riparte la trattativa sulla riforma, con due ipotesi alo studio.

Quota 100 anche nel 2020 e se tutto andrà come sipr vede oggi, anche nel 2021 si potrà lasciare il lavoro con 62 anni di età e 38 di contributi. Una misura che a molti non piace perché costa tanto alle casse dello Stato e riguarda una piccola platea di lavoratori, quelli che hanno avuto la fortuna di trovare carriere di contribuzione piuttosto lunghe.
Dopo la conferma della misura per l’anno venturo, adesso occorre pensare al dopo quota 100, con sindacati e governo che torneranno a discuterne da gennaio. Ecco quindi, che scenari potrebbero aprirsi nel prossimo futuro.

Cos’è quota 100

Quota 100, come qualsiasi altra misura previdenziale con meccanismo a quota, prevede la somma di anni di contribuzione ed età anagrafica. La misura prevede due soglie minime da centrare. È necessario aver completato 38 anni di contributi ed aver già compiuto 62 anni di età.
Il 16 dicembre con un maxiemendamento, il governo ha previsto un risparmio di 300 milioni sulla dotazione finanziaria della misura per il 2020. Soldi che si aggiungono a quelli messi in previsione con la nota di aggiornamento del Def, pari ad 1,7 miliardi.
La misura non è stata richiesta da tutti coloro che potevano averne diritto già nel primo anno di sperimentazione. Infatti la misura è nata in via sperimentale per un triennio e ciò significa che dal 2022, non esisterà più. E questo è il grande problema che la politica, insieme alle parti sociali, cerca di risolvere.

Perché tanti contrari alla misura?

Il problema che si creerà al termine del triennio di sperimentazione è quello dello scalone. Tra gli ultimi beneficiari di quota 100, ed i primi esclusi, cioè i nati a dicembre del 1959 ed a gennaio del 1960, ci potrebbero essere oltre 5 anni di differenza in quanti a possibilità di uscita dal mondo del lavoro. I primi potrebbero uscire già a 62 anni, mentre i secondi, solo a 67 anni, o in alternativa, con 42 anni e 10 mesi di contributi, senza limiti di età. In pratica, senza quota 100, gli esclusi dovranno aspettare il raggiungimento delle soglie per le pensioni di vecchiaia o per quelle anticipate.
Molti considerano la misura troppo onerosa per le casse dello Stato. Questo nonostante i risparmi di cui parlavamo prima. In effetti, molti nel 2019, pur avendone diritto, non hanno scelto la quota 100. La causa per i detrattori della misura sta nel fatto che si prende meno di pensione con la quota 100.
Su questo occorre fare chiarezza. La misura non prevede alcuna penalità. L’assegno percepito è quello realmente maturato alla data di uscita, cioè a 62 anni per chi può sfruttare l’uscita anticipata massima consentita. È naturale che si percepisce un assegno pensionistico inferiore a quello che si poteva incassare uscendo a 67 anni. Se i 5 anni di differenza tra i 62 ed i 67, sono trascorsi lavorando, ci sono 5 anni di contributi in più che tradottio in pensione, significa inevitabilmente, una pensione più alta. Ed anche non lavorando, il coefficiente di trasformazione dei contributi in pensione, è meno favorevole uscendo a 62 anni rispetto ai 67 della pensione di vecchiaia.
L’extra gettito in termini di risparmio di spesa pubblica che adesso ha fatto capolino in manovra, dipende, con ogni probabilità, da una analisi di ciò che accadrà nel 2020 e nel 2021. Secondo molti, gli italiani saranno sempre meno attratti da quota 100.
Questo perché, più avanti negli anni si va, più sono gli anni di contribuzione che finiranno nel sistema contributivo. La quota 100 infatti, prevede il calcolo misto, ma rispetto a chi ha completato i 38 anni di lavoro nel 2019, quelli che lo faranno nel 2020, avranno un anno in più di contributi che saranno trasformati in pensione con il contributivo, ed un anno in meno con il retributivo. Ma questo vale per tutte le misure pensionistiche e non solo per la tanto discussa quota 100.

Le misure che potrebbero arrivare dopo quota 100

Quando calcolano i risparmi di quota 100, non si tiene conto del fatto che più si avvicina la scadenza della misura, più i lavoratori potrebbero decidere di optare per l’uscita. Soprattutto se non si interverrà a riformare il sistema. Se oggi si parla di scalone nel 2022, la logica vuole che per uno nati nel 1959, che potrebbe andare in pensione nel 2021 con la quota 100 si troverebbe a dover scegliere se uscire dal lavoro a 62 anni o ad aspettare i 67 anni. Se per i nati nel 1960, lo scalone sarebbe imposto come norma, per il nato nel 1959, lo scalone sarebbe una sua scelta. Siamo sicuri che l’appetibilità di quota 100 non aumenti, man mano che si avvicina la sua scadenza? Ecco il perché, adesso il governo sembra intenzionato a correre ai ripari, riaprendo la piattaforma di trattativa con i sindacati.
All’orizzonte si studia innanzi tutto la nuova pensione di anzianità, la quota 41 per tutti.
Una misura che prevede di mandare tutti in pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età. Una misura che era n programma della Lega di Matteo Salvini e che è una misura che gode di appeal da parte dei lavoratori precoci. Altra misura che potrebbe essere inserita per detonare in parte lo scalone del 2022, potrebbe essere la quota 103. Una misura non necessariamente alternativa a quota 41. Si tratterebbe di una pensione anticipata dai 64 anni con 39 di contributi, che potrebbe essere una alternativa, anche se meno vantaggiosa, alla quota 100.