Autore: Giacomo Mazzarella

Scuola - contratto a tempo determinato - Contratto di lavoro

Precari Scuola e delle PA: la UE sanziona l’Italia, ecco i diritti dei dipendenti da riconoscere

La Ue rimprovera all’Italia la discriminazione dei lavoratori pubblici con contratti a termine e si ipotizza il ricorso alla Corte di Giustizia

I lavoratori precari della Scuola, dei Vigili del Fuoco, del Servizio Sanitario Nazionale e di tutti i comparti della Pubblica Amministrazione vengono discriminati dalle leggi italiane in materia di lavoro. A stabilirlo è la Commissione Europea che ha fatto scattare una procedura di infrazione contro il nostro Paese.

Una procedura che potrebbe finalmente dare diritto ai lavoratori dipendenti dei comparti pubblici, al riconoscimento di alcuni diritti che secondo l’Unione Europea le nostre leggi ledono. E si ipotizza il ricorso alla Corte di Giustizia Europea che in linea di massima sembra già orientata al giusto riconoscimento di questi diritti lesi ai lavoratori dipendenti pubblici.

Perché l’Italia discrimina i lavoratori pubblici precari?

Quando si parla di precari, a prescindere dal settore lavorativo ci si riferisce a quei lavoratori che non hanno un contratto a tempo indeterminato. In pratica si tratta di coloro che hanno un contratto di lavoro a scadenza.

Ed è proprio in questo ambito che la UE ha richiamato l’Italia, perché la procedura di infrazione riguarda la disparità di trattamento che i lavoratori precari delle Pubbliche Amministrazioni hanno rispetto ai lavoratori precari degli altri settori privati.

La UE, stando a ciò che si evince dalle indiscrezioni che arrivano da Bruxelles, rimprovera l’Italia per quanto concerne alcune discriminazioni evidenti che il nostro Paese applica ai lavoratori a termine delle PA. Parliamo dei docenti precari, dei precari del Servizio Sanitario Nazionale, dei precari dei Vigili del Fuoco e così via, con un elenco che può continuare estendendosi a tutti i precari di tutti i comparti pubblici.

Va ricordato che in materia lavoro a tempo determinato vigono le regole di un accordo europeo tra Stati membri e l’Italia sembra violare questo accordo quadro. Gli appunti che vengono mossi al nostro paese riguarda l’esclusione dei lavoratori statali dalle tutele che invece vengono applicate ai lavoratori dei settori privati in materia lavoro precario.

Per esempio, nel settore privato vige, anche se ci sono clausole e vincoli che non la rende effettivamente automatica, la regola che vuole la trasformazione da contratto a termine a contratto a tempo indeterminato, di un lavoro precario che per sommatoria complessiva dei vari contratti sottoscritti, supera i 24 mesi di durata.

Nel mirino il nostro Jobs Act

La questione di questa autentica disparità di trattamento tra lavoratori era stata già in passato al centro di polemiche e reclami alla stessa Corte di Giustizia Europea. Ed è proprio l’organo supremo di giustizia della UE che adesso potrebbe intervenire.

L’accusa nei confronti dell’Italia riguarda il Jobs Act che è l’atto normativo che di fatto chiude la porta ai lavoratori precari statali, di fronte alla possibilità di ottenere il giusto risarcimento del danno subito quando i contratti a termine superano la soglia che nei settori lavorativi privati darebbe diritto ad una assunzione a tempo indeterminato.

Nella scuola inoltre ci sono regole ancora più restrittive e che contrastano ancora di più con l’orientamento europeo. Nel comparto istruzione infatti è addirittura prevista la norma che rende possibile il conferimento di supplenze temporanee anche quando si è in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale docente di ruolo.

Anche in questo caso una normativa in netto contrasto con l’accordo quadro a livello europeo dal momento che in materia concorsi in Italia non esistono regole e tempistiche certe e così si autorizzano supplenze che possono essere concesse in misura pressoché illimitata.

Adesso con quello che la Corte di Giustizia sembra orientata a fare nei confronti dell’Italia, potrebbe essere concessa ai lavoratori vessati da quanto detto in precedenza, la possibilità di agire in giudizio e ottenere il giusto risarcimento del danno, anche per chi ha avuto la fortuna di passare di ruolo poiché anche qui c’è una anomalia discriminatoria.

Infatti i periodi di lavoro precario dovrebbero essere conteggiati anche per la determinazione del maggiore livello retributivo una volta passati a tempo indeterminato, cosa che sembra assente adesso.