Autore: B.A

Pensione

Pensioni: uscita a 62 o 63 anni di età, taglio anche del 3% per anno, un salasso per i pensionati

Le ipotesi di riforma votata alla flessibilità non esclude forti penalizzazioni di assegno, fino al 15%.

Con la ripresa della piattaforma di riforma del sistema pensionistico italiano si torna a caldeggiare l’inserimento della flessibilità in uscita per il dopo quota 100. Domani 8 settembre è in calendario il primo incontro tra governo e sindacati e il tema pensioni torna ad occupare una parte importante del lavoro del nostro governo. Il secondo appuntamento è calendarizzato per il 16 settembre.

Bisogna fare presto, soprattutto perché la legge di Bilancio ad ottobre dovrebbe essere presentata, ed anche se è esercizio azzardato ipotizzare una riforma delle pensioni già in manovra, la legge di Stabilità di fine anno dovrà contenere quanto meno la delega al governo ad intervenire in riforma già nei primi mesi del 2021.

Nella manovra potrebbero trovare spazio le proroghe di Opzione Donna e dell’Ape sociale, magari qualche intervento a correzione di entrambe queste misure, ma di flessibilità in uscita sarà il 2021 l’anno dove se ne parlerà. Anche perché fino al 31 dicembre 2021 funzionerà ancora quota 100. Sarà il dopo a dover segnare un cambio di passo del sistema.

C’è da evitare lo scalone di 5 anni per il dopo quota 100 e proprio questo ciò che da domani governo e rappresentanti dei lavoratori dovranno affrontare. Tra richieste dei sindacati, prerogative del governo, vincoli europei e necessità di cassa, sembra che l’unica via ipotizzabile per trovare una sintesi sia quella di introdurre nel sistema una flessibilità in uscita con penalità.

Pensione a 62 anni con penalità, che significa?

Molti media e molti siti web oggi parlano di potenziali penalizzazioni di assegno quasi obbligatorie se si vuole dotare il sistema della cosiddetta flessibilità in uscita. Le vie sono sostanzialmente due, cioè la flessibilità in uscita a partire dai 62 o dai 63 anni di età e con un montante contributivo di 36 o 38 anni. La linea comune che sembra rispondere alle richieste dei sindacati ed alle prerogative del governo è quella di prevedere penalizzazioni di assegno che crescono con il crescere degli anni di anticipo in uscita.

In pratica la riforma potrebbe partire dal presupposto che viene consentito ai lavoratori di uscire dal lavoro a 62 anni (o tutto al più a 63 anni), ma lasciando parte della pensione spettante. Un po’ quello che prevedeva già anni fa il Ddl 857 dell’allora Presidente della Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano.

In sostanza, ok all’uscita del lavoratore già a 62 anni di età se nel frattempo ha già 36 o 38 anni di contributi versati, ma con penalità del 3% all’anno. In altri termini, se un lavoratore vorrà davvero lasciare la sua postazione a 62 anni potrebbe dover rimetterci il 15% del suo trattamento previdenziale, e così su una pensione lorda di 1.500 euro, teoricamente spettante a 67 anni, si dovrà accettare una pensione di 1.275.

Questo senza considerare poi che lasciare il lavoro 5 anni prima significa non versare 5 anni di contributi che andrebbero ad aumentare il proprio montante contributivo e che prima si esce dal lavoro e meno favorevoli sono i coefficienti di trasformazione del montante contributivo in pensione. Naturalmente le pensioni flessibili sarebbero a scelta del lavoratore, che potrebbe decidere autonomamente quando uscire in base alle sue esigenze, di salute, reddituali e familiari.

Poche chance per quota 41 per tutti

Si tratta di autentici disincentivi alle uscite anticipate, ma è un sacrificio che sembra necessario se si vuole avere la tanto agognata flessibilità in uscita. Tornano a ribadire che nella prossima manovra, voli pindarici su un ritocco del sistema non se ne possono fare, perché si tratta di una mera illusione, il 2021 sarà l’anno topico per la riforma del sistema previdenziale nostrano.

Se sulla flessibilità in uscita sembra che una linea comune, con tutte le penalità di cui parlavamo prima può essere tracciata, difficilmente potrà trovare riscontro positivo da parte del governo, la richiesta dei sindacati sulla quota 41 per tutti. La misura che tanto successo sembra avere tra i lavoratori, che consentirebbe di uscire dal lavoro con 41 anni di contributi senza limiti di età, sembra essere troppo costosa e contraria alle linee guida tracciate dal Bruxelles che per dare accesso al Recovery Fund chiede meno sprechi anche in materia pensionistica.