Pensioni: si perde uscendo a 62 anni nel 2021? ecco i calcoli da fare

 Pensioni: si perde uscendo a 62 anni nel 2021? ecco i calcoli da fare

Ultimi mesi di vita di quota 100 e ultime possibilità di uscita a 62 anni. Ma c’è chi trova penalizzante quota 100

Fin dall’inizio quota 100 è stata una misura che ha diviso l’opinione pubblica tra chi ne era entusiasta e chi invece assolutamente contrario. E anche adesso che la sua sperimentazione volge al termine, le discussioni non finiscono.

Il fatto che dal 2022 verrà a mancare questa misura apre alla possibilità che si verifichi uno scalone di 5 anni come differenziale tra chi è riuscito ad andare in pensione a 62 anni e chi invece non potrà che aspettare i 67 anni della pensione di vecchiaia.

Ma le uscite a 62 anni previste da quota 100 sono penalizzanti come assegni rispetto a quelle a 67 anni? C’è infatti chi sostiene che uscire con quota 100 faccia perdere una parte dell’assegno. Sarà vero?

La quota 100 è penalizzante?

Per fugare qualsiasi dubbio, va detto che quota 100 è una misura che non ha penalizzazioni insite nella misura. Si può uscire dal lavoro a 62 anni di età e con almeno 38 anni di contributi versati.

E non ci sono penalizzazioni di assegno come invece accade con altre misure previdenziali oggi vigenti o in programma come le ipotesi sottolineano. Niente ricalcolo contributivo delle pensioni quindi, come accade alle donne che scelgono opzione donna per esempio.

E niente penalizzazioni di assegno in base agli anni di anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia, come si sente dire per esempio di quota 102 o come anche una proposta di Cesare Damiano prevedeva.

La quota 100 da questo punto di vista si può considerare una misura neutra perché arriva a liquidare una prestazione previdenziale pari alla pensione maturata al momento dell’uscita. Pertanto, una parte calcolata con il sistema contributivo ed una parte con il sistema retributivo, in base a dove sono collocati i versamenti.

Infatti per chi ha almeno 18 anni di versamenti già al 31 dicembre 1995, la pensione è calcolata con il retributivo fino al 2011 e con il retributivo dopo. Chi invece non arriva ai fatidici 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995, si vedrà applicare il più favorevole calcolo retributivo fino al 1995 e contributivo per gli anni successivi.

Ma cosa si perde uscendo con quota 100?

Tutto quanto fin qui detto però non significa che uscendo a 62 anni grazie a quota 100 significa prendere una pensione come se si uscisse a 67 anni. Il nostro sistema previdenziale infatti è fatto in maniera tale che, soprattutto la parte contributiva della pensione sia tanto più vantaggiosa quanto più tardi si esce dal lavoro.

Questione di coefficienti di trasformazione, che sono quei parametri che servono per far diventare rendita e quindi pensione, il montante dei contributi. Quest’ultimo infatti è una specie di salvadanaio dove il lavoratore versa, accumulando, i contributi durante la sua carriera.

Per esempio, nel 2021 il coefficiente di trasformazione per chi esce dal lavoro a 62 anni è pari a 4,657%, mentre per chi esce a 67 anni, è pari a 5,604%. Quindi, a parità di anni di contributi e di carriera, uscire a 67 anni fa percepire trattamenti più alti rispetto a chi esce a 62 anni.

E va sottolineato pure che bisogna calcolare anche il minor gettito di contribuzione versata, perché uscire dal lavoro a 62 anni grazie a quota 100, significa lasciare l’attività senza arrivare a 67 anni.

Ma i 5 anni per un lavoratore in continuità di assunzione significano 5 anni di contribuzione versata in più. E di fatti un soggetto che esce a 62 anni prenderà meno di uno che invece completa la carriera arrivando alla soglia dei 43 anni di contributi (per chi esce con quota 100 ne bastano 38).