Autore: B.A

Pensione

14
Feb

Pensioni scuola: può davvero tornare quota 96?

Per gli insegnanti ci potrebbe essere la novità di vedersi riconoscere la loro attività lavorativa come lavoro gravoso e questo potrebbe rappresentare in ritorno al passato.

È attiva la commissione parlamentare sul lavoro gravoso. Si tratta di un pool di tecnici che deve valutare quali attività lavorative possono rientrare nel grande contenitore dei lavori gravosi. In pratica, sono tecnici che devono stabilire quali e quante attività lavorative, per la loro pesantezza e per il logorio a cui assoggettano i lavoratori, devono poter prevedere uscite dal lavoro agevolate e quindi requisiti per le pensioni, più vantaggiosi. Per il personale scolastico, che è tra le fattispecie di lavoratori su cui la commissione sta valutando l’inserimento tra i lavori gravosi, si potrebbe tornare alle regole pensionistiche antecedenti la riforma Fornero, cioè quota 96.

Lavoro gravoso solo per maestre di asilo

Nella scuola, solo le maestre di asilo e della scuola di infanzia risultano essere una della 15 categorie di lavoro gravoso previste dall’attuale normativa. Per loro, alla stregua di infermieri delle sale operatorie, ostetriche delle sale parto ed edili, tanto per citare alcune altre tipologie di attività gravose, si può uscire dal lavoro con quota 41 senza limiti di età o con l’Ape social con 63 anni di età e 36 di contributi.

Per personale Ata, insegnanti, professori e così via, nulla, il loro lavoro non è considerato gravoso e pertanto, niente quota 41 come precoci e niente Ape sociale. Si resta nel campo di applicazione di pensione di vecchiaia e anticipate, rispettivamente a 67 anni con venti di contributi e a 42 anni e 10 mesi (donne un anno prima) di contribuzione.

Le richieste di Anief

Potrebbe davvero cambiare tutto per il comparto scuola e per le pensione loro destinate. Se davvero venisse riconosciuta la gravosità del lavoro svolto nell’intero comparto scuola, si potrebbero aprire strade di pensionamento anticipato per questi lavoratori. Anief, importante sigla sindacale della scuola, da tempo chiede il ripristino di quota 96. La fattibilità di quota 96 è tutta da dimostrare, poiché ogni misura che consente uscite dal lavoro anticipate, deve essere valutata anche in termini di spesa pubblica, cosa che spesso i sindacati non considerano.

Un esempio su tutti è la richiesta di Cgil, Cisl e Uil al tavolo con il governo. Le sigle della triplice chiedono la flessibilità pensionistica a 62 anni con 20 di contributi e senza penalizzare i pensionati come importo delle pensione. Una proposta che costerebbe ben più di quanto è costata quota 100. Per la scuola governo sembra più propenso a valutare una quota 99 piuttosto che un ritorno a quota 96, proprio per gli alti costi per le casse statali.

Quota 96, chi la ricorda?

Quota 96 è una misura che ha funzionato fino alla riforma Fornero. Fu il decreto Salva Italia del governo Monti, al cui interno c’era la riforma della Professoressa Elsa Fornero, ad abolire quota 96. Per gli insegnanti della scuola, la quota 96 prevedeva la pensione anticipata quando somma di età e contributi dava 96. Gli unici vincoli che quota 96 prevedeva erano il tetto minimo di età fissato a 60 anni e quello minimo di contribuzione fissato a 35 anni. In pratica, due opzioni, 60+36 o 61+35.

La quota 99 e le sue combinazioni

Molti considerano la proposta di pensionamento flessibile dei 62 anni, a firma di Cgil, Cisl e Uil, una esagerazione. Una misura che graverebbe esponenzialmente sulle casse dello Stato e sulle future generazioni. Figuriamoci una pensione già a 60 anni come prevede la quota 96. Ecco che il governo potrebbe trovare più facile virare per quota 99. È di fatto la proposta di Cesare Damiano, con una uscita a 63 anni di età e 35 di contributi, come soglie minime. Uscite possibili con 63+36 o con 64+35.