Pensioni: primo contributo dopo la fine del 1995? niente pensione a 67 anni o assegno più basso

Pensioni: primo contributo dopo la fine del 1995? niente pensione a 67 anni o assegno più basso

Chi ha iniziato a versare i contributi dopo l’arrivo della riforma Dini oltre che penalizzato come assegno pensionistico viene penalizzato anche come misure.

È addebitabile alla riforma delle pensioni di Lanfranco Dini l’ingresso nel sistema previdenziale del metodo contributivo, ovvero di quel sistema di calcolo delle pensioni che non guarda più alle ultime retribuzioni ma che guarda al montante dei contributi.

Una specie di inasprimento in questo senso lo si è avuto anche con l’arrivo della famigerata riforma Fornero, quella prodotta dal governo Monti con il decreto Salva Italia. Il cambio di rotta nel sistema previdenziale, che da retributivo è diventato misto e poi tutto contributivo, ha creato i cosiddetti contributivi puri, soggetti che hanno diritto al calcolo della pensione esclusivamente con il sistema contributivo, perché non hanno contributi accreditati a qualsiasi titolo, antecedenti l’arrivo della riforma Dini.

E si tratta dei soggetti che maggiormente vengono penalizzati in materia di assegno previdenziale. Il sistema contributivo infatti prevede dei calcoli di assegno inevitabilmente meno favorevoli per il neo pensionato. E come se non bastasse, per i contributivi puri c’è da fare in conti con regole di pensionamento a volte più dure e con requisiti in più da centrare.

Le regole del sistema contributivo penalizzano i lavoratori

La dimostrazione di come sia sfavorevole il sistema contributivo per i lavoratori è dimostrato dal fatto che spesso nelle ipotesi di riforma delle pensioni ci sono interventi che mirano a tutelare proprio questo spaccato del mondo dei lavoratori, cioè quei contributivi puri che in base alle regole pensionistiche oggi vigenti, non hanno diritto a nessun calcolo delle pensioni diverso da quello contributivo.

Il 1° gennaio 1996 è la data che segna il passaggio dal regime retributivo al regime contributivo ed il lavoratore che ha iniziato la carriera dopo tale data, rispetto ad un collega che invece ha iniziato prima, a parità di carriera e di età di uscita avrà una pensione più bassa.

Questione di calcoli e questione di coefficienti, perché le pensioni vengono calcolate prendendo a riferimento tutto il montante contributivo di un lavoratore, trasformato in pensione tramite dei coefficienti che appunto vengono definiti, coefficienti di trasformazione.

Ma non è solo la riduzione di assegno a minare i contributivi puri, perché per esempio, a questi soggetti la normativa vigente ha eliminato alcune tutele in termini di assegno pensionistico. Parliamo dell’integrazione al minimo, ovvero di quella integrazione dell’assegno previdenziale che viene assegnata a chi ha una pensione troppo bassa di importo. Per chi ha iniziato a lavorare successivamente alla fine dell’anno 1995, il diritto a queste integrazioni non c’è.

Non solo importi, anche le regole delle pensioni sono diverse

Ma se dal punto di vista degli importi i contributivi puri sono penalizzati dal sistema di calcolo e dalla assenza di alcune agevolazioni come prima detto, non meno importanti sono alcune particolarità riguardanti il diritto alla pensione.

Infatti centrare alcune misure pensionistiche per il contributivo puro può essere più difficile rispetto a chi ha avuto la fortuna di entrare nel mondo del lavoro in epoca retributiva. La pensione di vecchiaia a 67 anni di età con 20 di contributi è una misura destinata alla generalità dei lavoratori, ma per chi rientra interamente nel regime contributivo come carriera, viene richiesto un requisito aggiuntivo.

Si tratta di soddisfare un requisito economico in più per poter avere accesso alla pensione di vecchiaia ordinaria a 67 anni. Oltre ai 20 anni di contributi occorre che la pensione sia di importo superiore a 1,5 volte l’assegno sociale.

In pratica, per questo 2021 chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 nonostante abbia 67 anni di età ed abbia accumulato 20 anni di contributi versati, non potrà andare in pensione se l’assegno è inferiore a circa 690 euro al mese. In questo caso occorrerà attendere il compimento del 71imo anno di età per la quiescenza di vecchiaia.