Autore: B.A

Pensione

Pensioni: perché uscire a 67 anni nel 2021 sarà penalizzante

Le pensioni erogate nel 2021 saranno più basse di quelle erogate fino a dicembre 2020, ecco cosa cambia.

Le pensioni del 2021 saranno più basse di quelle del 2020, lo ha stabilito un decreto dello scorso mese di giugno e lo ha confermato il Ministero del Lavoro che ha pubblicato la nuova tabella con i nuovi coefficienti da utilizzare per trasformare in pensione il montante contributivo dei lavoratori.

Il decreto in questione è del 1° giugno ed è diventato definitivo con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale avvenuta il giorno 11 giungo 2020. Ormai è tutto definito quindi, e per chi andrà in pensione nel 2021, già da gennaio, la differenza con chi avrà la “fortuna” di andarci entro dicembre 2020 sarà in negativo.

Continuano a calare le pensioni quindi e i nuovi coefficienti di trasformazione del montante contributivo in pensione previsti dal decreto saranno in vigore per il biennio 2021/2022. Nessuna novità perché sono circa dieci anni che il trend è questo, con un calo costante dei coefficienti che rendono meno cospicua la pensione e che causano il calo della rivalutazione del montante contributivo.

Infatti questi coefficienti permettono di determinare l’ammontare delle prestazioni previdenziali erogare, rivalutando negli anni i contributi versati che finiscono nel contenitore chiamato montante contributivo. Il trend è sempre negativo dicevamo, tanto è vero che sembra, dai dati sugli importi delle pensioni, alcuni studi hanno dimostrato che dal 2009 ad oggi, si siano persi circa 75 euro al mese di pensione media per i pensionati, un taglio pesante di circa 900 euro all’anno. Tornando all’attualità, andiamo a vedere, con tanto di esempi specifici, quanto ci rimetteranno i neo pensionati del 2021 rispetto ai neo pensionati del 2020.

A cosa servono i coefficienti di trasformazione del montante contributivo

I coefficienti di trasformazione sono entrati nel sistema con la riforma Dini e con l’ingresso nel panorama previdenziale italiano del cosiddetto sistema contributivo. Le pensioni con questo sistema non vengono più calcolate sulle ultime retribuzioni ricevute nella carriera lavorativa (metodo retributivo), bensì sull’ammontare dei contributi versati nella stessa carriera.

Contributi versati in diversi momenti della vita che alla data in cui si va in pensione devono essere opportunamente rivalutati per essere trasformati in ratei mensili di pensione. E si utilizzano questi coefficienti di trasformazione, che variano in base all’età anagrafica del lavoratore nel momento in cui va in pensione.

Più tardi si esce come età pensionabile, più sono favorevoli questi coefficienti. È stato il governo Monti con la riforma Fornero a stabilire che i coefficienti di trasformazione debbano essere aggiornati ogni due anni.
Il taglio ai coefficienti di trasformazione quindi adesso è quello che graverà su chi andrà in pensione nel biennio 2021-2022.

Alcuni esempi di taglio e cosa è successo in un decennio

Secondo la tabella pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale chi andrà in pensione il 1° gennaio 2021 avrà un assegno pensionistico più basso rispetto a chi riuscirà ad andarci entro il 31 dicembre 2020.

Il calo o il taglio di una pensione liquidata a gennaio 2021 rispetto ad una liquidata a dicembre del 2020, a parità di età di uscita e di contribuzione versata è dello 0,5% in media naturalmente.

Così per esempio, un lavoratore che esce a 67 anni, per centrare la sua pensione di vecchiaia, con 30 anni di contributi e requisiti completati il 1° gennaio prossimo, avrà a che fare con il coefficiente 5,575, mentre per uno che raggiunge i requisiti il 31 dicembre, il coefficiente è 5,604. Il primo lavoratore percepirà quindi, con un montante contributivo da 300.000 euro, una pensione di 1.286,50 euro al mese, mentre il suo collega, che ha avuto la fortuna, a parità di montante contributivo, di accedere alla quiescenza l’anno precedente, percepirà 1.293,20 euro.

Ma come dicevamo, il trend degli ultimi anni è questo, e un lavoratore come quello degli esempi, con 67 anni di età (ma si usciva prima come età per la pensione di vecchiaia nel 2019, con lo stesso coefficiente valido anche per i 65enni), 30 anni di contributi versati e 300.000 euro di montante contributivo, riusciva a percepire una pensione di 1.416 euro al mese.

Rispetto al 2009 poi, il taglio maggiore dei coefficienti lo hanno subito coloro che accedono alla pensione anticipata, magari a 57 anni, con un coefficiente che ha perso quasi 0,6 punti percentuali in poco più di 10 anni.