Autore: B.A

Pensione

Pensioni: parte un autunno bollente, quota 100 flessibile l’ultima ipotesi, anche 63+37 o 64+36, ma con vincoli

Il vero appuntamento tra governo e sindacati sul tema previdenziale è previsto per il 16 settembre, sul tavolo misure di flessibilità compresa quota 100.

Oggi si è riaperto il tavolo degli incontri tra governo e sindacati e nei prossimi incontri si parlerà anche di pensioni. L’incontro odierno ha iniziato a mettere le basi per i successivi, perché c’è anche da discutere di legge di Bilancio che gioco forza qualcosa deve pur produrre in materia pensionistica. Sicuramente potrebbero comparire in manovra alcune proroghe alle misure previdenziali che vanno in scadenza alla fine del 2020.

Ma la vera riforma dovrà fare capolino nel 2022, quando la sperimentazione di quota 100 volgerà al termine (scadenza fissata il 31 dicembre 2021). E iniziano a trapelare le prime indiscrezioni sulle misure che potrebbero entrare nel nuovo e riformato sistema previdenziale italiano. Tra proposte dei sindacati, necessità del governo e imposizioni da parte di Bruxelles, ci sono voci che spingono a credere che sia possibile lasciare in funzione anche la quota 100, pur se differente da quella attuale.

Quota 100 flessibile, come funzionerebbe?

Quando il governo giallo-verde, il governo Conte uno, con Lega e M5S in maggioranza e con Salvini e Di Maio, entrambi Vice Premier, varò quota 100, ci fu chi considerò strana la misura dal momento che inizialmente si pensava ad una quota 100 pura, che mandasse in pensione chi aveva 100 sommando età e contributi.

Per limitarne l’impatto in termini di spesa pubblica, si inserirono due limiti specifici che di fatto resero meno appetibile e non centrabile la misura per una stragrande platea di lavoratori. Si fissò a 62 anni di età la quota minima per accedere allo scivolo ed a 38 anni la quota minima contributiva. In altri termini le combinazioni possibili per accedere alla quota 100 perfetta si ridussero alla sola 62+38.

A partire dai 63 anni di età, dal momento che servivano 38 anni di contributi, parlare di quota 100 era esercizio azzardato dal momento che il 63enne usciva di fatto con quota 101 (63+38), il 64enne a quota 102 (64+38) e così via. Una carenza per quota 100 era senza dubbio la mancanza di flessibilità, soprattutto dettata dalla soglia dei 38 anni di contributi. Ma è altrettanto vero che come è nata, la misura ha escluso dai beneficiari anche chi aveva 38 o più anni di contribuzione, ma non aveva ancora 62 anni di età.

Per esempio, un soggetto con 60 anni di età e 40 di contributi, pur avendo completa la quota 100 (60+40), era stato escluso al pari di uno con 61 anni di età e 39 di contributi per esempio. E tra le idee che circolano adesso, dal momento che la flessibilità è un principio su cui si baserà la riforma, pensare a quota 100 flessibile non sarebbe del tutto fuori luogo. Magari consentendo di accedere a scelta alla pensione per chi ha 64 anni di età ma solo 36 di contributi, oppure chi ha 63 anni di età e 37 di contributi.

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Quota 100 con penalità

Naturalmente oltre alla necessità di misure flessibili, queste devono essere anche meno appetibili dal punto di vista dell’assegno pensionistico. Una regola dei sistemi previdenziali, soprattutto quelli contributivi è la flessibilità e naturalmente in base al sistema di calcolo delle pensioni basato sul montante dei contributi, prima si esce dal lavoro meno si prende di pensione.

Tutto lasciato democraticamente alla scelta autonoma del lavoratore. Perciò si valuta di prevedere misure, e magari una quota 100, che abbia una penalizzazione (tutta da decidere, anche se si parla già di un buon taglio del 3% per anno di anticipo) di assegno crescente in base agli anni di anticipo in uscita rispetto alla pensione di vecchiaia che ancora oggi si centra a 67 anni.

Il resto lo farebbe il sistema contributivo, perché con una pensione calcolata interamente con questo sistema, una cosa è uscire dal lavoro con 40 anni di contributi, un’altra è con 36. Naturalmente più si versa più si incassa di pensione. E poi, prima si esce, cioè ad una più giovane età, meno si prende perché i contributi versati vengono rivalutati con coefficienti tanto più favorevoli, quanto più ci si avvicina ai 67 anni.