Autore: Chiara Ridolfi

INPS - Pensione

25
Ott

Pensioni novità: ministro Martina contro l’aumento dell’età pensionabile

Le novità per le pensioni continuano a riguardare l’aumento dell’età pensionabile e nelle ultime ore il dibattito sulla questione si accende.

La novità per le pensioni oggi riguarda un tema che da tempo viene dibattuto da tutte le parti in causa: l’aumento dell’età pensionabile. Con i dati Istat che confermano l’aumento della speranza di vita sembra sempre più vicina l’uscita obbligatoria a 67 anni di età.
Un aumento che non piace però ai sindacati e ovviamente ai lavoratori che vedrebbero accrescere ancora di più l’età per lasciare il lavoro.

A gettare benzina sul fuoco è il ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, che mette in luce come non tutti i lavoratori possano giungere all’età stabilita. Martina si riferisce ai lavoratori agricoli che sopportano una fatica ben diversa da quella dei semplici impiegati.
Una notizia sulle pensioni che si unisce alla decisione della Consulta che ritiene legittimo il bonus di Poletti sulle perequazioni pensionistiche.

Alla voce di Martina, che chiede di fermare l’aumento dell’età pensionistica, si aggiungono molti altri che tentano di far ragionare il Governo sulla questione. Il problema permane però dato che il blocco dell’automatismo costerebbe non pochi miliardi.
L’aumento dell’età pensionabile risulta quindi un elemento impossibile da bloccare dal momento che i fondi disponibili non sono al momento possibili da reperire.

Pensioni novità: le parole di Martina contro l’aumento dell’età pensionabile

Con l’avvicinarsi delle elezioni uno dei temi centrali della campagna elettorale sembra essere diventato l’aumento dell’età pensionabile. Il PD vorrebbe evitare di prendere una decisione in questo momento, sperando di non perdere preziosi voti per le votazioni.
Ovviamente la questione non può essere rimandata dato che si andrebbe a pesare sul debito pubblico, controllato da Bruxelles.

A dare nuova linfa al discorso arrivano le dichiarazioni del ministro delle politiche agricole che ha affermato:

Non tutti i lavori sono uguali. E non tutti i lavoratori hanno la stessa aspettativa di vita per le mansioni che fanno. Le norme volute dal governo Berlusconi e poi modificate dal governo Monti sull’aumento automatico dell’età pensionabile vanno riviste e per questo serve un rinvio dell’entrata in vigore del meccanismo. I tempi per una discussione parlamentare a partire dalle commissioni preposte ci sono tutti ed io credo sia giusto prendersi tutto lo spazio utile per aggiornare questa decisione anche alla luce di nuove valutazioni.

Secondo il ministro i tempi per mettere in ordine la questione e per evitare di mandare in pensione i lavoratori troppo tardi ci sono. A pensarla così non è il solo ministro Martina, ma molte altre voci si levano per mettere in luce i problemi dell’aumento di età.
Anche Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria PD, afferma la stessa cosa: i tempi ci sono e la legge deve essere ripensata.

Per Poletti invece la legge si deve applicare, dal momento che vi è e deve essere messa in atto. Lo scatto però non avverrà prima del 2019 e quindi il margine per discutere e eventualmente trovare una soluzione vi sarebbe a detta di Poletti.
Nelle prossime settimane il tema verrà certamente approfondito e si dovrà capire come apportare eventuali modifiche senza pesare sul bilancio.

Pensioni novità: la Consulta dà ok al bonus Poletti

Se per l’aumento dell’età pensionabile i lavoratori possono nutrire ancora qualche speranza la situazione è ben diversa per quel che riguarda il così detto bonus Poletti. La Consulta ha infatti decretato la sua costituzionalità e di conseguenza verrà applicato per la perequazione della pensione.
Il verdetto era piuttosto importante dal momento che avrebbe avuto un impatto di 30 miliardi sui conti pubblici.

Il decreto varato da Poletti cercava di trovare una soluzione alla norma della Legge Fornero che prevedeva il blocco dell’adeguamento automatico all’inflazione delle pensioni tre volte superiori al minimo Inps. La norma del 2015 è stata bocciata dal Tar.
Il decreto Poletti arriva quindi per trovare una soluzione e per fare in modo che la restituzione non sia del 100%. Il decreto prevede infatti che solo alcune tipologie di pensione potranno avere indietro i soldi e che il denaro verrà comunque dato in base percentuali ben precise.

A coloro che prendono 3-4 volte la pensione minima avranno il 40%; chi ha un assegno compreso tra le 4 e le 5 volte l’assegno minimo il 20% e per coloro che beneficino di un assegno tra le 5 e le 6 volte la pensione minima il 10%.
Per i pensionati che abbiano un assegno oltre le 6 volte il trattamento minimo invece non sono previsti rimborsi.