Pensioni, l’analisi: dal 2022 Quota 92 insieme a quota 102? le differenze con quota 100

Si torna a parlare di pensioni e di riforma, le proposte sono diverse, ma il dopo quota 100 non sarà a favore dei lavoratori.

Quota 41 per tutti, come molti chiedono e come anche la Lega ultimamente ha riproposto, pur se prevedendo penalizzazioni per i lavoratori, resta una misura pressoché impossibile da inserire in una riforma pensioni che deve guardare anche alle linee guida di Bruxelles in termini di spesa pubblica.

Anche le vecchie ipotesi dei sindacati (che tra l’altro erano propensi ad una quota 41 come nuova pensione anticipata) con una uscita a 62 anni con 20 di contributi, flessibile e con qualche penalizzazione, sembrano di difficile realizzazione.

La riforma delle pensioni sarà argomento cardine dell’operato del governo nel 2021, perché oltre a tutte le problematiche relative al Covid, dalla campagna vaccinale ai lockdown e ai ristori, ci sarà da fare i conti con il post quota 100.

Ipotizzare decreto ad hoc solo per la riforma delle pensioni appare azzardato. Più facile che si finisca alla legge di Bilancio del prossimo dicembre, con il solito pacchetto pensioni che guarderà inevitabilmente alla sostituzione di quota 100.

Ultimamente sembra che la via sia ormai tracciata verso due misure, la prima di cui si parla da tempo e la seconda di recente produzione (è stato il Dem Delrio a pubblicizzarla). Parliamo di quota 102 e quota 92, due misure che di simile alla quota 100 avranno ben poco. E si tratta di misure che saranno inevitabilmente meno favorevoli rispetto alla misura che le ha precedute.

Le differenze tra quota 92 e quota 100

Naturalmente si tratta di ipotesi perché nulla è ancora scritto e nulla è ancora definito, ma la quota 92 può davvero essere una misura che trovi posto in una eventuale riforma delle pensioni. E sono proprio le differenze con la quota 100 a renderla a prima vista e senza avere chiaro il quadro del suo ipotetico funzionamento, perfettamente fattibile.

Con la quota 92 si consentirebbe a soggetti alle prese con lavori piuttosto logoranti, di accedere anticipatamente alla quiescenza. Si tratterebbe di andare a riposo già a 62 anni di età proprio come quota 100, ma con meno anni di contributi, cioè con “solo” 30 anni di versamenti accreditati.

Sarebbe la platea dei beneficiari però ad essere drasticamente ridotta e aperta solo ai lavori gravosi il cui elenco resta al momento quello delle 15 categorie per cui oggi sono previste la quota 41 precoci e l’Ape sociale. La quota 100, pur se con una storia di contribuzione versata piuttosto elevata (servono 38 anni di versamenti) è una misura aperta a chiunque a prescindere dai lavori effettuati.

Per molti la riforma delle pensioni deve guardare a chi fa lavori logoranti e la quota 92 calzerebbe a pennello, con una flessibilità concessa ma solo ad una piccola fetta di lavoratori. E si tornerà a parlare di commissione da formare per la valutazione dei lavori gravosi.

Se per tutti l’Ape sociale è stata una misura virtuosa tanto da essere stata ripetutamente prorogata ormai da anni, inevitabile che anche una eventuale quota 92 non troverebbe molti ostacoli come apprezzamento, soprattutto perché per i numeri dei nuovi pensionati che potrebbero sfruttarla, i conti pubblici non verrebbero minati come invece ha fatto la quota 100 secondo i suoi detrattori.

Quota 102 al posto di quota 100, che significa?

Ma solo la quota 92 non potrà bastare perché se è lo scalone di 5 anni che si troveranno a subire i primi esclusi dalla quota 100, non sarà la quota 92 a evitarlo. Chi è nato nel 1960 e quindi, chi non compirà i 62 anni di età richiesti entro la fine del 2021, non potrà uscire dal lavoro nonostante abbia già 38 o più anni di contributi.

Occorrerà aspettare i 67 anni di età (nel 2027) per le pensioni di vecchiaia o completare i 42 anni e 10 mesi di contributi versati (per le donne un anno in meno) per le pensioni anticipate.

E se non si svolgono lavori che i legislatori considereranno gravosi, la quota 92 servirà a poco. Ecco perché potrebbe incastonarsi con la quota 92 anche la quota 102 di cui tanto bene si parla. Anche in questo caso si tratterebbe di una misura flessibile e a facoltà del lavoratore. Ma si tratta di una uscita di due anni più lontana rispetto alla quota 100.

Infatti se la contribuzione versata e richiesta, in base alle ultime ipotesi, resterebbe a 38 anni, l’età di uscita salirebbe a 64 anni. Per il nato nel 1960, a parità di carriera e tipologia di attività rispetto ad un nato nel 1959 uscito con quota 100 nel 2021, si tratterà di aspettare il 2024.

Inoltre, al lavoratore la quota 102 dovrebbe chiedere uno sforzo in termini di assegno previdenziale. Un altro fattore determinante per poter introdurre alcune misure che favoriscano le uscite dal lavoro anticipate, è quello delle penalizzazioni di assegno.

Un vincolo che sembra necessario per tenere buona la UE e per non gravare nel medio lungo termine sulle casse pubbliche. Lo ha dimostrato anche la Lega che come detto in premessa, per la prima volta ha aperto ad una quota 41 con taglio di assegno per anno di anticipo, come chiaramente inserito nel recente suo disegno di legge.

E non farebbe eccezione la quota 102 che porterebbe in dote un anticipo di 3 anni rispetto alla pensione di vecchiaia (da 64 a 67 anni), ma con una perdita di assegno per ogni annoi di anticipo sfruttato, che come da tempo molti sostengono, dovrebbe essere tra il 2,5 ed il 3% all’anno.