Pensioni in due quote dai 62 anni: perché sarebbe un vantaggio

Se davvero l’alternativa a quota 100 sarebbe una pensione calcolata con il contributivo a 62 anni e con il retributivo a 67, il vantaggio sarebbe importante sia per i pensionati che per lo Stato

La quota 100 scompare nel 2022 e con essa finiscono le diatribe tra favorevoli e contrari alla misura voluta da Salvini e Di Maio ai tempi del primo governo Conte, quello gialloverde.

Diatribe che riguardavano sostanzialmente i conti pubblici, perché a detta di molti, la quota 100 è una misura che da un lato faceva emergere disparità di trattamenti per donne e lavoratori discontinui rispetto ai chi ha carriere stabili, e dall’altro costava troppo per le casse dello Stato.

Due problematiche che sono difficili da comprendere perché a prima vista si scontrano tra loro. Se è vero che la misura non permetteva pensionamenti su larga scala, tagliando fuori una grande fetta di lavoratori, se è vero che la misura è stata sfruttata poco, perché costa così tanto?

Misteri del sistema previdenziale e della politica, che dice tutto ed il contrario di tutto lasciando in chi legge o ascolta, dubbi e perplessità sempre e comunque.

Fatto sta che la quota 100 viene di fatto bloccata dopo i tre anni di sperimentazione. Sperimentazione significa periodo di prova ed evidentemente la prova di quota 100 non ha funzionato per essere bocciata radicalmente adesso.

Qualsiasi altra misura che nascerà deve essere a basso costo per le casse dello Stato, perché non bisogna commettere gli stessi errori di quota 100. Ecco che se si lascia la pensione a 62 anni (ma anche a 63 come sembra più probabile), bisogna trovare metodi che siano low cost.

E chi meglio dell’Inps può andare a suggerire misure di questo genere. È proprio l’Istituto che deve guardare alle sue casse, sempre più derelitte. Il Presidente dell’Inps Pasquale Tridico è uscito tempo fa con una proposta che potrebbe essere quella giusta per risolvere entrambi i problemi prima citati.

Perché la pensione in due quote è interessante

La proposta di Tridico prevede la pensione a 62 o 63 anni e questo inevitabilmente risolverebbe la questione dei 5 anni di scalone del post quota 100.

Infatti l’età pensionabile resterebbe la medesima di quota 100 o un anno più lontana, ma sempre meglio dei 5 anni di attesa che dovrebbero subire i primi lavoratori esclusi da quota 100.

Allo stesso tempo si doterebbe il sistema di quella flessibilità necessaria a tutti i lavoratori, che chiedono libertà di scelta su come e quando andare in pensione.

Infatti proprio come per quota 100, anche per la proposta di Tridico sarebbe il lavoratore a scegliere sia il come uscire che il quando, in base alle sue esigenze, lavorative e familiari ed anche a quelle reddituali.

Infatti rispetto a quota 100 si dovrebbe fare i conti con una riduzione di assegno, anche se non definitiva. Penalizzazioni che i sindacati contestano aspramente, ma che in un sistema flessibile sono la regola inevitabilmente.

La pensione per quote, come funziona?

Il lavoratore dovrebbe scegliere se è il caso di lasciare il lavoro immediatamente o se aspettare altri anni. In un sistema basato sul calcolo contributivo questa è la norma basilare perché altrimenti, si arriverebbe a quanto fatto con quota 100, misura priva di penalità e tagli che ha funzionato forse poco, solo perché prevedeva 38 anni di contributi.

La misura che l’Inps ha proposto per il tramite del suo Presidente Tridico, prevede solo 20 anni di contribuzione minima. Tanto, a rimetterci in termini di assegno sarebbe sempre il pensionato. Un risparmio evidente rispetto a quota 100 per le casse dello Stato.

Infatti chi opterebbe per questa misura, uscirebbe dal lavoro con una pensione calcolata solo col sistema contributivo, con tagli che possono arrivare anche al 30/35%. Penalizzazioni tanto più elevate quanti più anni di versamenti ricadono nel sistema retributivo di un lavoratore (prima del 1996 ndr).

Il taglio però sarebbe a termine, perché la pensione liquidata solo con il penalizzante sistema contributivo, verrebbe ricalcolata al compimento dei 67 anni di età, quando il pensionato in questione si vedrà aggiungere alla pensione percepita durante gli anni di anticipo, anche la quota retributiva.

A 67 anni in pratica, il lavoratore andrebbe a percepire la pensione definitiva, naturalmente al netto dei 5 anni in meno di contributi versati per via dell’uscita contributiva anticipata a 62 anni.