Autore: Stefano Calicchio

Pensione

Pensioni, il Covid colpisce anche la previdenza integrativa: in tanti smettono di versare contributi

Secondo un recente studio di Progetica il sistema delle pensioni complementari ha registrato il peso della crisi dovuta al coronavirus: molti italiani smettono di contribuire, mentre la pensione pubblica garantirà assegni medi più bassi.

Da un lato la crisi economica e le difficoltà legate alla riduzione del reddito, dall’altro lato pensioni pubbliche che risultano mediamente inferiori a 1400 euro al mese e che avranno sempre più necessità di essere integrate in futuro per via del meccanismo di calcolo contributivo puro. Il virus economico sta colpendo gli italiani nel presente, ma avrà inevitabili ripercussioni anche nel futuro se è vero che solo un italiano su quattro sta continuando a contribuire alla previdenza complementare.

Il dato emerge da una recente ricerca condotta da Progetica insieme alla società Moneyfarm. Entrambe hanno lanciato nella giornata di ieri un nuovo allarme sul futuro pensionistico degli italiani, ricordando che nel 2020 il rapporto tra spesa pensionistica e Pil è salito al 17% quando dieci anni fa quest’ultimo era previsto al 15% del prodotto interno lordo. Ogni punto percentuale vale circa 17 miliardi l’anno di spesa alla quale il nostro sistema previdenziale e di welfare deve fare fronte.

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Pensioni sempre più basse, ma gli italiani faticano a sostenere i piani di previdenza integrativa

Da questi presupposti deve necessariamente emergere la consapevolezza che la previdenza complementare per molti diventa non una semplice esigenza di risparmio, ma una vera e propria necessità per potersi garantire una vecchiaia serena. Oggi solo il 35% dei lavoratori dipendenti ha scelto di destinare il proprio trattamento di fine rapporto al secondo pilastro complementare e appena il 23% degli italiani sta effettuando versamenti nei fondi pensione.

In pratica, solo un italiano su quattro riesce attualmente a costruirsi una pensione integrativa, mentre oltre due milioni di iscritti sono diventati silenti, cioè hanno interrotto la contribuzione al proprio fondo pensione per scelta o necessità . Uno strumento che non permette solo di integrare l’assegno una volta raggiunta l’età di quiescenza definita dall’Inps o dalla propria cassa professionale, ma che consente anche importanti meccanismi di tutela.

Si pensi, ad esempio, alla RITA: un’opzione che in caso di perdita del lavoro permette di ottenere la pensione anche con 10 anni di anticipo rispetto ai criteri ordinari definiti con le regole degli assegni pubblici. Ma per potersi avvalere di questa e di altre tutele, serve aver accumulato un montante sufficiente e aver quindi iniziato a versare in tempo utile.

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Riforma pensioni: al centro del dibattito anche il pilastro integrativo

Non è quindi un caso se al centro del confronto attualmente in corso tra governo e sindacati c’è anche il tema della previdenza complementare. Le parti sociali chiedono di avviare un nuovo semestre di silenzio - assenso nell’adesione dei lavoratori. Ma da tempo si punta anche a sensibilizzare i lavoratori verso questo meccanismo di welfare integrativo, che per dare i migliori frutti richiede tempo.

Anche per questo è necessario che ogni lavoratore faccia fin da giovane un’attenta valutazione sul proprio futuro pensionistico e valuti con attenzione l’eventuale scelta di procrastinare l’adesione o di interrompere i versamenti. La previdenza complementare farà infatti sempre più la differenza per poter vivere una vecchiaia serena, perché un’integrazione reddituale anche piccola può fare la differenza proprio in caso di futuri assegni pensionistici bassi o comunque insufficienti a garantire lo stesso tenore di vita che può essere sostenuto con il reddito da lavoro.

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