Autore: Stefano Calicchio

Pensione - Ammortizzatori sociali

Pensioni, flessibilità limitata nel 2021: l’ipotesi dai 62 anni e della quota 41 per tutti solo dal 2022

Sulle pensioni si avvia un ripensamento del sistema a due passaggi per garantire maggiore flessibilità in uscita dal lavoro e per offrire un sostegno a chi si trova in difficoltà, ma per avere la riforma definitiva bisognerà attendere il 2022.

Le pensioni restano un tema caldo per la politica. Nella giornata di ieri sono arrivate nuove dichiarazioni dal Ministero del lavoro in merito alla situazione occupazionale e alla necessità di far ripartire la staffetta generazionale, aiutando le persone in età avanzata a ottenere la quiescenza e i giovani a trovare una prima occupazione. Proprio i dati sul rimbalzo moderato dell’occupazione hanno portato a esprimere un commento cautamente positivo da parte della Ministra del Lavoro Nunzia Catalfo.

“Siamo consci che molto resta da fare” spiega l’esponente del Movimento 5 Stelle, ricordando che gli oltre 27 miliardi di euro in arrivo dal programma europeo Sure non saranno sufficienti a coprire i costi degli ammortizzatori sociali per l’anno in corso, stimati in 30 miliardi di euro. D’altra parte, l’emergenza Coronavirus ha avuto un impatto pesantissimo sui conti pubblici e non si potrà non tenere conto di tutto ciò nella discussione in fase di ripartenza con i sindacati.

Riforma pensioni, interventi contenuti nel corso del 2021

Stante quanto appena evidenziato, appare quindi chiaro che il processo di riforma del settore previdenziale non potrà comunque concentrarsi interamente all’interno della legge di bilancio 2021. I prossimi due tavoli tra governo e sindacati, fissati rispettivamente l’8 e il 16 settembre, serviranno a produrre la tabella di marcia degli interventi, ma le diverse scelte dovranno tenere conto anche dell’urgenza (oltre che dell’importanza) dei provvedimenti.

Tutto ciò, a partire dalle opzioni in scadenza al termine dell’anno corrente e che necessitano di una proroga urgente per poter garantire la prosecuzione della funzione di tutela in favore dei lavoratori. Si tratta nel primo caso dell’Ape sociale, che permette l’uscita dal lavoro a partire dai 63 anni di età e con 30-36 anni di versamenti (in base alla specifica situazione di disagio). E della pensione anticipata con l’opzione donna, che permette di uscire dal lavoro a partire dai 58 anni di età (59 anni se autonome) con almeno 35 anni di versamenti.

Durante l’incontro fissato il prossimo 8 settembre si parlerà quindi della proroga di questi due strumenti in vista della legge di bilancio 2021, ma anche di un provvedimento pensato per rilanciare la staffetta generazionale tra lavoratori in età avanzata e giovani. Un meccanismo sul quale si è già lavorato in passato, ma che non è mai davvero decollato se non in alcuni settori specifici.

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Il post Quota 100 e la pensione per tutti dai 62 anni di età

La vera flessibilità previdenziale dovrebbe quindi arrivare con la legge di bilancio 2022, cioè attraverso una discussione che sembra destinata a svilupparsi per tutto il prossimo anno. I punti di partenza restano noti. Si partirà con una misura in grado di garantire l’uscita per tutti i lavoratori a partire dai 62 anni di età, in modo da calmierare lo scalone che si verrebbe a creare nello stesso periodo con la fine della sperimentazione legata alla quota 100.

Per i lavoratori precoci si studia poi l’estensione della quota 41 per tutti, attualmente disponibile solo in caso di alcune situazioni di disagio lavorative individuate dal legislatore. Ma il vero spartiacque rispetto a una riforma effettivamente riuscita sarà dato dalla penalizzazione che verrà applicata ai nuovi meccanismi di prepensionamento al fine di garantire la tenuta dei conti pubblici. Attualmente si parla di un taglio stimato nel 2,5% - 3% l’anno. Se così fosse, per un lavoratore che anticipa l’uscita di cinque anni il prezzo da pagare si concretizzerà nella perdita del 15% del futuro assegno.

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