Pensioni: ecco quanto si perde andando in pensione uno, duo o più anni prima

Pensioni: ecco quanto si perde andando in pensione uno, duo o più anni prima

Andare in pensione prima è un sogno per milioni di lavoratori, ma pochi sanno cosa si perde in termini di assegno previdenziale anticipando l’uscita.

Una delle cose che maggiormente si contestano al sistema previdenziale italiano e alla legge Fornero su cui tutto è impostato è senza dubbio il fatto che in Italia si va in pensione troppo tardi. L’età di uscita per la pensione di vecchiaia è a 67 anni, e per i contributivi puri se non si centrano determinati requisiti di importo delle pensioni, tutto slitta a 71 anni.

Non sono poche però le misure che permettono di anticipare le uscite, e questo determina una età media di pensionamento ben al di sotto delle venerande età prima citate. Resta il fatto che il sogno di molti lavoratori è quello di riuscire ad anticipare la quiescenza.

Tutti i ragionamenti che si fanno da anni relativamente alla riforma delle pensioni che dovrebbe prevedere flessibilità ed uscite anticipate sono lì a dimostrare che l’esigenza del mondo del lavoro è quella di avere misure previdenziali che permettano uscite prima dei limiti previsti oggi.

Allo stesso tempo però si richiedono misure che rendano le pensioni più dignitose come importi. Un altro tarlo del sistema previdenziale infatti è che la stragrande maggioranza dei pensionati, ha prestazioni vicine alla soglia della povertà o poco superiori.

E il trend sarà sempre peggio da entrambi i punti di vista perché il lavoro precario e la disoccupazione sono fattori che in futuro determineranno assegni sempre più bassi e pensioni sempre più lontane perché carriere lavorative lunghe, continue e soprattutto, ben pagate oggi sono un autentico miraggio.

Senza considerare poi che il sistema con cui vengono calcolate le pensioni produce perdite di assegno per ogni anno di anticipo che si riesce ad ottenere in termini di pensionamento. Ma quanto si perde anticipando la pensione? Ecco un quadro preciso per ogni anno di anticipo sfruttato.

Andare in pensione un anno prima conviene come età dio uscita, ma non come importo della pensione

Il sistema previdenziale, soprattutto nella parte scollegata dalle retribuzioni, è fatto in modo tale che ogni lavoratore che accede alla pensione prenda di meno in base a quanto prima lascia il lavoro. In primo luogo ci sono da tenere in considerazione i contributi versati, perché uscendo prima dal lavoro si interrompono prima i versamenti di contributi.

Ed in un sistema contributivo, dove le pensioni sono calcolate in base al montante dei contributi, prima si esce dal lavoro meno contributi si versano e di conseguenza, meno pensione si percepisce. E poi c’è la questione dei coefficienti con cui l’Inps trasforma l’accumulo dei versamenti di contributi, in assegno pensionistico. Il coefficiente utilizzato per trasformare ciò che si è versato in pensione, è tanto meno favorevole all’assegno, quanti più sono gli anni di anticipo in uscita.

Il calcolo è penalizzante per chi esce prima

La pensione più alta possibile da percepire la si ottiene a 71 anni di età. Questo perché il coefficiente con cui si trasforma il montante dei contributi in pensione è il più alto previsto. È evidente così che per ogni anno di anticipo si perde qualcosa. Ma a quanto ammonta nello specifico questa penalizzazione?

Il calcolo di per sé è abbastanza semplice, anche se tutto dipende dal montante dei contributi versati. Per esempio, uscire a 62 anni, che resta il punto di arrivo di molti lavoratori che non hanno carriere così lunghe da rientrare nella pensione anticipata che non prevede limiti di età, rispetto ai 67 anni della normale pensione di vecchiaia è piuttosto penalizzante.

62 anni è l’età di uscita oggi di quota 100 e domani lo sarà, magari di qualche nuova ipotetica misura, sempre che le richieste dei sindacati che spingono proprio per la flessibilità dai 62 anni vengano accettate. Un lavoratore che ha accumulato 200.000 euro di montante contributivo uscendo a 62 anni percepisce 9.540 euro di assegno di pensione all’anno.

Lo stesso lavoratore che esce a 63 anni (e sarebbe l’età dell’attuale Ape sociale), ne percepirebbe una da 9.820. Sono 280 euro in più all’anno di pensione. Per soli 12 mesi di uscita posticipata. Se invece la carriera del lavoratore è stata più lunga, per esempio da 30 anni di contributi, con un montante contributivo da 400.000 euro, la pensione a 62 anni sarebbe da 19.080 euro all’anno, mentre a 63 anni sarebbe di 19.640.

In questo caso la perdita sarebbe di 560 euro annui. Ma se lo stesso lavoratore dai 62 ai 63 anni continuasse a lavorare, il suo montante contributivo passerebbe da 400.000 a 413.000 (la media di ogni anno di versamento per 30 anni di contributi è di 13.333 euro annui), la sua pensione salirebbe a 20.290 euro circa.

E rispetto a chi esce a 62 anni, un 63enne percepirebbe 1.210 euro in più di pensione. Restare al lavoro fino a 67 anni poi, sarebbe nettamente più conveniente. Si tratta di 5 anni di lavoro in più e quindi di versamenti in più, con un coefficiente drasticamente più vantaggioso.

Se il 62enne dell’esempio, con 400.000 euro di montante e 30 anni di lavoro percepisce 19.080 euro di contributi, il 67enne che ha continuato a lavorare per 5 anni rispetto al collega, vedrebbe il suo montante salire a 466.665 euro. La sua pensione salirebbe così a 26.016, ben 6.936 euro lordi in più, passando da 1.468 euro al mese a 2.000 euro circa.