Autore: B.A

Pensione

10
Feb 2020

Pensioni: ecco le proposte sul tavolo della riforma

Ecco la situazione dopo il summit governo sindacati sulla flessibilità in uscita.

Nuovo incontro tra governo e sindacati per arrivare a una riforma delle pensioni che permetta di evitare lo scalone di 5 anni di quota 100 e nel contempo, di superare una volta per tutte la riforma Fornero. Oggi argomento dell’incontro è stata la flessibilità pensionistica.

Ed è proprio questo l’argomento principale su cui dovrebbe vertere la riforma, senza sottovalutare l’importanza di pensioni di garanzia, nuove indicizzazioni e previdenza complementare che sono gli altri temi dei tavoli tra parti sociali e rappresentanti dell’esecutivo.

Quando si parla di flessibilità si intende, nuove misure che consentono di anticipare la pensione a partire da una determinata età. E sono le nuove misure in cantiere a determinare la grande attesa che c’è dietro la riforma pensioni.

Il punto della situazione con le posizioni ancora distanti

Come per tutti gli altri argomenti già trattati, cioè la pensione di garanzia giovani che fu discussa il 27 gennaio o la nuova rivalutazione pensioni, oggetto del summit del 7 febbraio, anche sulla flessibilità il governo ha aperto. In pratica, c’è la disponibilità a parlarne ed a studiare soluzioni. Ma a condizioni probabilmente ancora distanti dalle richieste dei sindacati.

L’esecutivo intende produrre nuove misure senza aumentare in maniera eccessiva la spesa pubblica, già appesantita dal fatto che sull’Inps gravano le uscite per la previdenza, ma anche per l’assistenza. Il governo vorrebbe non spendere più dei soldi stanziati a suo tempo per la quota 100, cioè vorrebbe utilizzare i risparmi di quota 100, perché le domande sono inferiori alle attese, e riversare i soldi nelle nuove misure.

Partendo dal presupposto che su quota 100 la spesa prevista è di 28 miliardi in 10 anni, ciò che rimane non sarà sufficiente ad assecondare le richieste dei sindacati. Il governo punta in pratica, a misure che devono costare meno di quota 100 e a tal riguardo, inasprire i requisiti di accesso dovrebbe essere una cosa obbligata. Ma non è tutto, perchè sempre per il motivo low cost, anche le pensioni erogate, dal punto di vista degli importi, dovrebbero essere più basse. In pratica, ti faccio uscire prima dal lavoro, ma ci devi rimettere qualcosa come importo.

Contributivo o taglio lineare

Il punto su quello che vuole mettere a punto l’esecutivo è un assegno ridotto rispetto a quello che si sarebbe dovuto percepire senza anticipo, cioè a 67 anni di età e quindi con la normale pensione di vecchiaia. Le vie fondamentalmente sono due. La prima, quella più pesante per i pensionati è il ricalcolo contributivo della pensione. Stando alle ultime indiscrezioni, l’età pensionabile di cui si parla è a 64 anni.

Questo almeno dal punto di vista del governo. Per quanto riguarda i contributi necessari, si sta valutando se portarli a 36 anni o se confermare la soglia di quota 100, cioè 38 anni. Per poter lasciare il lavoro prima, già a 64 anni, secondo la prima via occorre che il pensionato accetti un ricalcolo contributivo della pensione. In questo caso con un taglio tanto più elevato quanto maggiori sono i contributi versati precedentemente all’ingresso del sistema contributivo avvenuto il 1° gennaio del 1996.

Tagli che possono arrivare al 30%. La seconda via, quella più favorevole ai lavoratori è un taglio lineare, sulla base di un 2% annuo. Chi riuscirà a lasciare il lavoro già a 64 anni, potrebbe avere una penalizzazione di assegno massimo del 6%, cioè del 2% all’anno per ogni anno di anticipo rispetto ai 67 (a 64 sono 3 anni prima).

Le proposte dei sindacati

I sindacati spingono per una nuova pensione di anzianità, una quota 41 aperta a tutti coloro che completano questa carriera lavorativa. Per la flessibilità invece, occorre una pensione dai 62 anni di età con 20 di contributi, ma senza penalizzazioni di sorta, cioè senza ricalcolo contributivo o taglio lineare di assegno.

Questa la proposta iniziale dei sindacati, naturalmente rifiutata dal governo, perché troppo costosa e troppo distante da ciò che il governo punta. Ma i sindacati sarebbero estremamente contrari ad un ricalcolo contributivo dele pensioni. Il problema è sempre lo stesso, il pesante taglio che dovrebbero sopportare i pensionati.

Il nodo verte sempre sui contributi versati fino al 31 dicembre 1995, che vengono conteggiati con il più favorevole per i pensionati, sistema retributivo. Il ricalcolo prevede che il lavoratore, per andare in pensione con qualche anno di anticipo, accetti il conteggio contributivo anche dei contributi versati fino al 1995.