Pensioni e deroghe ai requisiti Fornero: le tre migliori vie per la quiescenza nel 2021

Pensioni e deroghe ai requisiti Fornero: le tre migliori vie per la quiescenza nel 2021

Ancora in alto mare le ipotesi di riforma, e allora parte la caccia alle uscite disponibili entro il 31 dicembre 2021, con tre soluzioni per anticiparle prima dei 67 anni.

Quota 41 per tutti difficile, pensione flessibile dai 62 anni complicata, quota 102 più fattibile ma che piace a pochi. Come è evidente, la riforma delle pensioni è tutt’altro che facile da approntare.

E adesso che riaprirà il tavolo delle trattative da governo e sindacati, come annunciato direttamente dal Ministro del Lavoro Andrea Orlando, le diverse posizioni che ingessano la riforma verranno inevitabilmente fuori.

Ed il tempo stringe, perché si avvicina la fine del 2021 con il conseguente addio a quota 100. Per questo una nutrita fetta di lavoratori cercano soluzioni per anticipare la pensione entro fine anno.

Qualsiasi misura di pensione che prevede l’anticipo rispetto ai 67 anni della pensione di vecchiaia ordinaria viene considerata in deroga alla Fornero, perché è proprio la riforma del governo Monti ad aver pesantemente inasprito i requisiti per accedere alle quiescenze.

Ancora pochi mesi per le uscite a 62 anni

Mancano pochi mesi alla chiusura definitiva dell’esperienza quota 100. Anche per questa misura vale il principio della cristallizzazione del diritto alla pensione, nel senso che chi matura i requisiti entro la fine del 2021, potrà sfruttarne i vantaggi anche nel futuro, uscendo negli anni successivi nonostante la misura scomparirà dai radar del sistema previdenziale.

E con quota 100 si può uscire con almeno 38 anni di contributi e già a 62 anni di età. Questo limite anagrafico è quello che più di ogni altro torna di attualità quando si parla di riforma delle pensioni. Infatti per i sindacati dovrebbe essere il limite di età da cui far partire la pensione flessibile con 20 anni di contributi.

E 62 anni di età è anche il limite del particolare strumento del contratto di espansione, che probabilmente sarà esteso con il decreto Sostegni 2. Resta il fatto che entro fine anno ci sarà chi riuscirà a maturare almeno il 62+38 che è la prima via di uscita davvero alternativa alla normale pensione di vecchiaia.

C’è chi può andare in pensione a 63 anni

Ci sono poi i lavori gravosi a cui ancora fino al 31 dicembre prossimo c’è l’Ape sociale. Chi svolge attività logoranti in base alla attuale situazione delle trattative sulla riforma delle pensioni, rischierebbe poco dal momento che uno dei capitoli di intervento per l’ipotetica riforma mira a tutele proprio per i lavori gravosi.

Su questo sono tutti d’accordo e quindi è ipotizzabile che nella peggiore delle ipotesi, cioè in assenza di una vera riforma, l’Ape sociale potrebbe essere prorogata anche per il 2022. Resta il fatto che chi svolge una delle 15 attività di lavoro gravoso oggi previste dalla normativa vigente e consultabili sul sito istituzionale dell’Inps, possono godere di una uscita a partire dai 63 anni con 36 di contributi versati.

Serve che l’attività logorante sia stata svolta in 7 degli ultimi 10 anni o in 6 degli ultimi 7 anni di carriera. La misura non prevede maggiorazioni sociali (anche se sembra un fattore superfluo visto l’ammontare minimo del montante contributivo necessario), non è reversibile per decesso del beneficiario e non prevede tredicesima.

Oltre ai gravosi possono sfruttare la misura anche gli invalidi al 74%, chi assiste familiari disabili da almeno 6 mesi e chi è disoccupato senza Naspi da almeno 3 mesi. Per tutti questi al posto di 36 anni di contribuzione, ne servono “solo” 30.

La pensione a 64 anni per i contributivi

Esiste una misura che rispetto alle due precedenti, prevede un anticipo inferiore partendo dai 64 anni di età. Ma rispetto alle precedenti, non ha scadenza perché è misura strutturale del sistema. Si tratta della anticipata contributiva. Bastano 20 anni di contributi e 64 ani di età per anticipare l’uscita di 3 anni rispetto alla pensione di vecchiaia.

Ed in questo caso senza montanti contributivi elevati dal momento che il minimo richiesto è il medesimo della pensione di vecchiaia, ovvero 20 anni. La misura però si rivolge solo ai lavoratori che non hanno versamenti antecedenti il 1996.

Una misura che se la si osserva bene, è piuttosto difficile da sfruttare oggi, sia per via di alcuni requisiti particolari da detenere oltre ai due prima citati (anagrafico-contributivo), che per evidenti questioni anagrafiche.

Nel 2021 compiono 64 anni di età coloro che sono nati nel 1957. Per non avere versamenti prima del 1996 e quindi essere contributivi puri, significa non aver lavorato mai prima dei 39 anni di età. Una situazione piuttosto difficile da completare.

E poi c’è il vincolo della pensione liquidata che deve essere superiore a 2,8 volte l’assegno sociale, che pertanto necessita di stipendi medi con retribuzione pensionabile piuttosto alti.

In altri termini, una misura che calza a pennello solo a lavoratori che hanno iniziato a lavorare (e senza alcuna contribuzione al 31 dicembre 1995, nemmeno figurativa) più o meno a 40 anni di età e che han no avuto la fortuna di diventare subito manager o dipendenti altamente qualificati a tal punto da percepire una retribuzione notevole.