Pensioni: dal 2023 a 62 anni per tutti, c’è il piano

Il 2022 sarà di transizione, poi si tornerà ad andare in pensione con 62 anni di età

La riforma delle pensioni nel 2022 con la legge di Bilancio non ci sarà. Anzi, qualcosa peggiorerà in termini di uscita dal lavoro. La pensione a 62 anni prevista da quota 100 negli ultimi 3 anni nel 2022 non sarà più attiva. Sostituita da una pensione a 64 se come sembra, la soluzione del governo sarà quota 102.

Ma sarà un anno di sacrificio per i lavoratori che vorrebbero andare in pensione. Un anno solo. Perché i sindacati hanno spuntato una sorta di promessa che porta ad una flessibilità in uscita dai 62 anni dal 2023.

I penalizzati del 2022, la pensione si allontana

Non sarà certo la prima volta che la normativa previdenziale si scaglierà su una classe di lavoratori con una forza inaudita e penalizzante. Lo fece la Fornero nel 2011 con la sua famigerata riforma. All’epoca sparirono le pensioni di anzianità, nacquero gli esodati e a molti la pensione di colpo si allontanò di anni ed anni.

Ed è questo che accadrà a chi nel 2022 compirà 62 anni di età. I nati nel 1960 anche a parità di contributi versati rispetto ai nati nel 1959 (38 anni di contribuzione), non potranno andare in pensione. Perché quota 100 non ci sarà più e la nuova quota 102 prevede 64 anni di età minima.

Ma penalizzati saranno anche alcuni nati nel 1959 che magari, non sono riusciti per un soffio a completare i 38 anni di versamenti nel 2021. Completarli nel 2022 non servirà a nulla, sempre per via del nuovo tetto anagrafico.

Il 2023 anno di svolta per le pensioni

Con buona pace dei penalizzati di cui parlavamo prima, sembra che il 2023 sarà l’anno della svolta previdenziale, della nuova riforma. Almeno così sembra. Dal momento che i sindacati non sono riusciti a spuntare nulla nell’immediato, si parla di superamento della riforma Fornero dal 2023.

Magari i più critici sosterranno che siamo alle solite, con l’ennesima promessa di aprire tavoli di discussione nell’anno successivo ad una manovra finanziaria. Stavolta però sembra tutto vero, anche perché si parla si di una pensione flessibile dai 62 anni dal 2023, ma con forti penalizzazioni. Ben più forti dei tagli lineari per anno di anticipo di alcune proposte di flessibilità che negli anni si sono susseguite.

Accordi raggiunti tra sindacati e governo, si aprono i tavoli

I sindacati pare abbiano raggiunto una sorta di intesa di massima con il governo per l’apertura di ben tre tavoli di lavoro sulla riforma delle pensioni. Per il 2022 niente pensione a 62 anni, niente quota 41 per tutti, niente di niente. Ma c’è la promessa di parlare di nuovo su tre campi nel corso del 2022 per una riforma per il 2023.

Uno dei tre tavoli dovrebbe trattare la flessibilità in uscita. Una pensione anticipata a 62 anni dal 2023. Magari assecondando i 20 anni di contribuzione minima che i sindacati vorrebbero. Ma con calcolo interamente contributivo della pensione.

Tralasciando l’evidente discriminazione per intere classi di lavoratori, non si può certo dire che l’ipotetica pensione a 62 anni nel 2023 con calcolo contributivo, sia una vittoria per i sindacati.

Oltre al taglio di assegno, resta l’effetto «due pesi e due misure» per i nati nel 1960. Questi sfortunati saranno gli unici a trovarsi al centro tra due canali di uscita a 62 anni. Penalizzati in maniera evidente. Inseriti per colpa della loro data di nascita, tra i nati nel 1959, fortunatissimi, e i nati nel 1961, «solo» fortunati.

I nati nel 1959 hanno potuto sfruttare un’uscita a 62 anni neutra di penalizzazioni grazie a quota 100. I nati nel 1961 potrebbero sfruttare l’uscita a 62 anni con penalizzazione di assegno e calcolo contributivo. Per i nati nel 1960 la pensione a 62 anni invece non è assolutamente prevista.