Autore: Stefano Calicchio

Pensione - INPS

Pensioni dai 62 anni: ecco perché è richiesta a gran voce, il nodo delle carriere discontinue

La pensione come una chimera. Sono molti i lavoratori che in età avanzata non riescono a raggiungere i requisiti utili per poter accedere all’Inps, nonostante decenni di versamenti.

Sulle pensioni a settembre si giocherà un round decisivo tra governo e sindacati, stante la necessità d’intervenire con urgenza perlomeno in favore di quelle opzioni sperimentali che diversamente scadrebbero al termine dell’anno. Stiamo parlando della necessità di avviare una proroga al 2021 dell’APE sociale (che consente l’uscita dal lavoro a partire dai 63 anni) e dell’opzione donna (che apre le porte dell’Inps alle lavoratrici a partire dai 58-59 anni di età).

Nel primo caso servono anche 30-36 anni di versamenti (in base alla specifica situazione di disagio riconosciuta e tutelata dalla legge), mentre nel secondo caso è necessario maturare almeno 35 anni di versamenti. Si tratta di meccanismi di prepensionamento che hanno dato respiro rispetto alla rigidità imposta dalla legge Fornero, ma che non risultano ancora sufficienti per tanti lavoratori che si trovano a doversi confrontare con la necessità di ottenere una pensione dopo la maturazione dei 60 anni di età.

Il problema della pensione per coloro che hanno avuto una carriera discontinua

A rendere particolarmente rigido l’attuale sistema previdenziale è la mancata presenza di un’opzione di pensionamento pensata in favore dei lavoratori che, loro malgrado, hanno vissuto una carriera discontinua o difficile e che si trovano a pagarne il prezzo anche al momento dell’entrata in pensione.

Si pensi ad esempio alle donne, che spesso hanno lavorato oltre 40 anni, ma con una valorizzazione media dei contributi di 25 anni per via dei buchi contributivi, della maternità o del part time (con il quale si effettuano versamenti con un impatto ridotto dal punto di vista dell’anzianità contributiva).

Ma la discontinuità dei versamenti può estendersi anche agli uomini e dipendere dalla precarietà del mondo del lavoro. Si pensi a quanti stiano versando contributi con contratti a progetto, a tempo determinato, a chiamata o con altre forme di assunzione che di fatto comportano la presenza di buchi presso l’anzianità accumulata nel proprio conto previdenziale dell’Inps. Con la doppia conseguenza negativa che oltre a vivere una vita caratterizzata dall’impossibilità di pianificare la propria esistenza nel lungo termine, ci si troverà anche ad affrontare la carenza di contributi utili al pensionamento in età avanzata.

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I lavoratori con una carriera precaria rischiano di andare in pensione dopo i 70 anni di età

Stante la situazione appena evidenziata, diventa quindi evidente la necessità di agire sulle regole di maturazione della pensione per poter confermare un assegno (anche basso, ma dignitoso) in favore di quei lavoratori che hanno svolto una carriera precaria o discontinua. La rigidità della legge Fornero impone attualmente a queste persone di maturare almeno 67 anni di età con 20 anni di versamenti per poter accedere alla pensione di vecchiaia.

I lavoratori che sono iscritti al sistema retributivo o misto e che non raggiungono tale soglia contributiva rischiano di perdere del tutto l’assegno. Chi ha cominciato a versare dopo il 31 dicembre del 1995 è invece iscritto al sistema contributivo puro. In questo caso bastano anche solo cinque anni di versamenti per poter richiedere la pensione, ma sarà necessario attendere il compimento dei 71 anni di età.

Insomma, resta evidente la necessità di avviare un vero e proprio meccanismo di flessibilità per tutti i lavoratori a partire dai 62 anni e senza che siano presenti eccessivi vincoli contributivi, al fine di garantire un’uscita equa dal lavoro e un assegno previdenziale in grado di permettere una vecchiaia serena anche a tutti coloro che si sono trovati a vivere condizioni lavorative difficili, precarie o discontinue.

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