Pensioni: da quota 92 a quota 102, novità gravosi ma non solo

La strada più percorribile di riforma delle pensioni resta quella di inasprire la quota 100 e tutelare determinate categorie.

Non è del tutto chiaro cosa accadrà nel post quota 100, perché la riforma delle pensioni appare quanto di più complicato da approntare. I sindacati che spingono, inevitabilmente, su misure maggiormente vantaggiose in termini di uscita dal mondo del lavoro.

Il governo che deve stare attento alla spesa previdenziale e che è chiamato a non ripetere gli errori commessi con quota 100. Tradotto in termini pratici, si va verso un intervento normativo che ricalcherà quanto iniziato a fare con l’ultimo governo Renzi, cioè il tutelare solo alcune tipologie di attività considerate logoranti.

E poi altrettanto inevitabilmente, si dovrà assottigliare il differenziale tra uscita flessibile (come lo è quota 100) e pensione di vecchiaia, naturalmente in termini di età pensionabile. Senza tralasciare il fatto che occorre ridurre lo scalone del post quota 100.

I lavori gravosi, quando l’attività lavorativa farà la differenza

E così, in questo spazio piuttosto ristretto sia come tempo (se qualcosa va fatto lo si deve fare entro dicembre con la nuova manovra di Bilancio), che come perimetro, restano centrali i lavori gravosi. Si tratta di quelle attività troppo logoranti affinché possa essere accettabile la permanenza al lavoro in età avanzata.

E così la prima cosa che si pensa di fare è riposizionare l’Ape sociale, come sue uscite per i gravosi a 63 anni con 36 di contributi. La misura scade a fine 2021, ma ci sono enormi possibilità che possa riscattare una estensione anche al 2022 della stessa.

Ma sui lavori gravosi si ragiona pure su una novità. Infatti si parla insistentemente di quota 92. Una misura tutta nuova che lascerebbe a 62 anni la possibilità di uscita in pensione per chi svolge determinate attività. La pensione verrebbe concessa a 62 anni di età con 30 di contributi.

E per gli altri? La pensione flessibile si allontana

Se da un lato si punta a tutelare determinate attività, dall’altro si pensa a non commettere errori del recente passato. Diversi gli errori fatto con la quota 100. Infatti abbiamo:

  • Quota 100 è costata tanto;
  • Quota 100 ha introdotto una età di uscita molto bassa;
  • Quota 100 non ha previsto penalizzazioni particolari rendendo ricca di appeal la misura;
  • Quota 100 ha tagliato fuori donne e lavoratori discontinui per via dei 38 anni di contributi necessari.

Detto questo, probabile che si decida di spostare da 62 a 64 anni l’età pensionabile. L’ipotizzato e preoccupante scalone di 5 anni tra gli ultimi fortunati usciti con quota 100 ed i primi esclusi, si ridurrebbe a due soli anni.

Si parla in alternativa, o di una quota 100 con 64 anni di età e 36 di contributi, che ai due anni in più di età risponderebbe con due anni in meno di contributi necessari, o di una nuova quota 102. In quest’ultimo caso resterebbe invariata l’età contribituva di 38 anni, ma salirebbe a 64 l’età anagrafica utile.

Ciò che appare probabile restano i 64 anni di età. Come anche la Corte dei Conti ha suggerito, visto l’esito del triennio di sperimentazione di quota 100 (la media dell’età di uscita dei lavoratori è stata proprio di 64 anni e non la più favorevole a 62 anni), questa è l’età più plausibile da cui fare scattare una eventuale nuova misura di flessibilità. Leggi anche: Pensioni anticipate, clamoroso: indebitarsi per andare in pensione, due soluzioni allo studio