Autore: Giacomo Mazzarella

29
Ago

Pensioni: cosa è successo al sistema dal 1992 ad oggi

Mentre continua il dibattito su quota 100 che con il Pd vicino ad entrare di nuovo al governo, rischia di essere cancellata o modificata, il quotidiano «Il Corriere della Sera» presenta un quadro desolante del sistema previdenziale nostrano figlio dei dati ufficiali dell’INPS. «Polveriera sociale per i giovani», così l’autorevole quotidiano apre il suo articolo che parla di pensioni contributive che penalizzano e di molto o lavoratori di oggi ed i futuri pensionati di domani. Nel 2036 un insegnante di scuola media, dopo aver lavorato oltre 40 anni otterrà una pensione di circa 1.200 euro al mese. Poco sesso considera che oggi un insegnante che va a riposo sempre dopo 40 anni di contributi, percepisce oltre 1.500 euro. Una proiezione come dicevamo convalidata dai dati Inps e dallo studio del quotidiano che paragona i diversi regimi previdenziali che riforma dopo riforma hanno fatto capolino nel sistema previdenziale.

Dal 1992 una serie di riforme che hanno penalizzato molti lavoratori

E dalla riforma Amato del lontano 1992 che si continua a ritoccare il sistema previdenziale. Dopo la riforma di Giuliano Amato si è passati a quella di Lanfranco Fino e poi alla Fornero e poi ancora alla quota 41 e all’Ape del governo Renzi/Gentiloni. Tutti interventi che hanno prodotto vittime dal punto di vista previdenziale, che hanno penalizzato lavoratori in termini di uscita dal lavoro o che hanno lasciato fuori dalle pensioni molti lavoratori. L’esempio più eclatante è stato senza dubbio ciò che ha prodotto il governo Monti con la famigerata riforma Fornero con la marea di esodati creata.
Probabilmente solo il governo appena chiuso, quello con Di Maio e Salvini e con M5S e Lega ha prodotto una misura alternativa alle classiche per accedere alla pensione. Non si può non dire che quota 100 sta rappresentando un canale di uscita dal lavoro alternativo alla pensione di vecchiaia a 67 anni o a quella anticipata con 42 anni e 20 mesi di contributi. E proprio quota 100 adesso rischia di venire cancellata o quanto meno rimodulata.

Dai baby pensionati alla crisi del lavoro

Esistono evidenti problematiche previdenziali spesso poco considerate quando si parla di intervenire in materia. I baby pensionati per esempio sono un fardello che il sistema si porterà dietro per anni ed anni ancora. Pensionati giovani che hanno avuto in privilegio che i futuri pensionati nemmeno si sogneranno. Sono persone che, dati Inps e del Corriere alla mano, incassano da 38 anni la pensione dopo aver lavorato solo 15 anni per un costo totale di 9 miliardi di euro per anno. L’Inps stando ai numeri del suo bilancio di previsione 2018, incassa 227 miliardi (sono i contributi che versano i lavoratori di oggi) e ne caccia 265 (le pensioni che paga). In buona sostanza è più quello che paga di quello che incassa. Un problema derivante dalla incessante e grave crisi occupazionale degli ultimi anni.

Da un sistema all’altro

La spesa previdenziale è ingrossata anche dal fatto che oggi la stragrande maggioranza dei lavoratori percepisce assegni prodotti dal sistema retributivo, che adesso e nel futuro è stato soppiantato dal più penalizzante sistema contributivo.
In effetti, oggi il grosso dei pensionati incassa assegni calcolati sulla base dell’ultimo stipendio percepito. Dei circa 13,5 milioni di pensioni che l’Inps ha a libro paga, 11,1 sono basati sul sistema di calcolo retributivo. Assegni molte volte gonfiati da pratiche furbesche adottate in passato soprattutto nei comparti della Pubblica amministrazione. Parliamo della prassi di «promuovere» a pochi mesi dalla pensione i lavoratori in modo tale che aumentando lo stipendio sarebbe aumentata la pensione proprio perché ciò che contava era l’ultimo stipendio. Prassi largamente diffusa nell’esercito ma anche negli Enti locali che riuscivano a mandare dipendenti in pensione con assegni pensionistici superiori al loro stipendio.

Quanto si incassa con il contributivo

Fu con la riforma Dini che si scelse di cambiare il sistema di calcolo della pensione che è diventato contributivo. Questo significa che il pensionato adesso incassa una pensione in base a ciò che ha versato e non in base all’ultimo stipendio.
Il sistema contributivo è senza dubbio più equo e giusto, ma quando fu instaurato non di tenne conto del mercato del lavoro che si è ammalato in maniera cronica con la disoccupazione giovanile a tassi altissimo, con il precariato sempre massiccio e così via. Avere un lavoro stabile che consenta di ricevere una pensione dignitosa oggi è affare complicato. Alla pochezza dei contributi che si riesce a racimolare si affianca il fatto che i salari si sono abbassati e che prima dei 30 anni difficilmente si trova in lavoro stabile.