Pensioni, cosa accade per i nati dal 1960: novità Recovery Plan

Pensioni, cosa accade per i nati dal 1960: novità Recovery Plan

Ormai la quota 100 è definitivamente andata e dal 2022 si cambia.

Niente quota 100 nel 2022 e così se qualcuno aveva ancora dubbi adesso non esistono più. Nel piano del governo sul Recovery Plan confermata la chiusura della misura di pensionamento anticipato dai 62 anni con non meno di 38 anni di contribuzione.

E dal 2022 cambiano le possibilità di uscita per la pensione. Ma non sono notizie positive perché in perfetto stile governo Monti, anche questo nuovo esecutivo Draghi opererà in perfetta sintonia con i diktat di Bruxelles, fermando qualsiasi idea di anticipare la quiescenza in stile quota 100.

Un vero guaio le pensioni per i nati nel 1960

Finendo l’esperienza di quota 100, i primi effetti si avranno sui nati nel 1960. Ad oggi se si escludono le flebili speranze che si possa virare su quota 102 con combinazione minima 64+38, tutte le strade portano al ritorno pieno alle uscite Fornero.

Tra chi ha compiuto i 62 anni nel 2021, ovvero i nati nel 1959 e chi invece li compirà nel 2022 essendo nato nel 1960, c’è il concreto rischio di un differenziale di 5 anni in termini di età pensionabile. E così Marco, nato a gennaio del 1960, professione cameriere con 38 anni di carriera continuativa già oggi maturata, dovrà continuare a lavorare per arrivare ai 42 anni e 10 mesi per la pensione anticipata.

Se invece per via del Covid sarà tra quelli che perderanno il lavoro non appena sarà possibile per le aziende, licenziare, dovrà aspettare il 2027 per poter andare in pensione con la quiescenza di vecchiaia. Nettamente peggio di Giulio, anche lui cameriere con 38 anni di carriera già oggi maturata, nato però a dicembre del 1959.

Per lui la pensione scatterebbe già quest’anno, a sua scelta, perché a dicembre 2021 completerà la combinazione utile alla misura, cioè 62+38. Un mese di differenza anagrafica che può valere 5 anni di pensione in più e prima percepita. Un esempio questo calzante alla perfezione per capire cosa sta per abbattersi sui lavoratori.

Solo pochi i tutelati nel futuro in materia pensioni

Il fatto che nel Recovery Plan ci sia la cancellazione di quota 100 non è una novità, ma quello che stride è il fatto che non ci siano accenni a misure che potrebbero sostituirla se si esclude qualche ipotesi di intervento che considerare tampone o a platea limitata non è esercizio azzardato.

Infatti si ipotizzano interventi di favore solo per chi svolge mansioni usuranti, ma che assomiglia tanto ad una rivisitazione dello scivolo usuranti di quota 97,6 a 61 anni e 7 mesi già oggi disponibile. Nessuna novità quindi, ma piuttosto un restyling di una misura che se andiamo bene a vedere, riguarda attività lavorative come quella svolta dai minatori o dai palombari che sono piuttosto scarne come platea.

E già si torna a parlare di prorogare opzione donna e l’Ape sociale, perché donne e lavori gravosi (ma ci sarebbero in più anche i fragili), restano campi di intervento a cui il governo guarda. Ma l’esperienza ci dice che quando si prorogano misure vecchie vuol dire che non si fanno misure nuove.

E se oggi, a diversi mesi di distanza dalla manovra di Bilancio (che dovrebbe avere il classico pacchetto pensioni), nonostante il fiume di denaro che arriverà dal programma Next Generation EU, l’ipotesi è continuare con la misura assistenziale di Ape sociale o con opzione donna, che pur se buona resta sempre una misura che in termini di assegno pensionistico produce un salasso per le lavoratrici, inevitabile pensare che niente verrà fatto e che si tornerà alle lacrime e sangue della Fornero.