Autore: Giacomo Mazzarella

Pensione

5
Set

Pensioni: c’è l’ipotesi quota 101 insieme alla pensione di garanzia

Cosa potrebbe cambiare in materia previdenziale col nuovo esecutivo

Il governo Conte bis con tutta la sua squadra ha prodotto giuramento ma non è ancora entrato in carica, perché lunedì e martedì, Camera dei Deputati e Senato della Repubblica devono votare la fiducia al nuovo esecutivo. Nonostante questo, le ipotesi su come si comporterà e su cosa farà il governo già sono molteplici. Uno degli argomenti che più interessano gli italiani era e resta la materia previdenziale, le pensioni. Argomento questo che tra i 29 punti programmatici del nuovo esecutivo, però, compare poco.

Ipotesi pensione di garanzia

Nella memoria di molti c’è la lunga, a tratti estenuante, trattativa tra governo e parti sociali all’epoca del governo PD di Matteo Renzi, per quella che veniva chiamata riforma delle pensioni. Nacquero in quel periodo, tra esecutivo Renzi ed esecutivo Gentiloni, l’anticipo pensionistico (Ape) e la quota 41 per i precoci. Le trattative continuarono con la cosiddetta fase 2, che prevedeva una approfondita revisione del sistema, con interventi in sostegno delle persone che avevano maggiori difficoltà a trovare carriere di lavoro lunghe e durature come le donne ed i giovani. Si parlava già allora di pensione di garanzia per i giovani e questo argomento adesso sembra possa essere di nuovo al centro dell’attenzione.

Soprattutto per quanti hanno iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995, i cosiddetti contributivi puri, il rischio è di arrivare ad assegni di pensione di importo bassissimo o di dover posticipare l’uscita a 70 anni più.
Per capire ciò occorre fare il punto sul sistema contributivo e soprattutto sulla pensione di vecchiaia contributiva. Mentre con il retributivo l’importo della pensione veniva calcolato in base agli ultimi stipendi percepiti, in modo tale che il trapasso da lavoro a pensione non producesse un sostanziale cambio di tenore di vita, col sistema contributivo l’assegno viene calcolato in base all’ammontare di tutti i contributi versati, in base a quello che viene comunemente chiamato, montante contributivo. È evidente che meno anni di contributi si accumulano, meno alto è il montante dei contributi, meno si percepisce di pensione.

Inoltre la pensione di vecchiaia si percepisce a 67 anni di età con 20 di contributi, ma per i contributivi puri, come dicevamo, quelli che hanno il primo contributo previdenziale versato dopo il 1995, occorre un altro requisito. Bisogna che la pensione sia di importo almeno pari ad una volta e mezzo l’assegno sociale, altrimenti bisogna aspettare il compimento del 71° anno di età. In pratica, per poter andare in pensione con 67 anni di età e 20 di contributi alle difficoltà di raggiungere i 20 anni di contributi si aggiunge il fatto che bisogna racimolare un montante dei contributi di importo elevato per poter ottenere una pensione pari ad 1,5 volte l’assegno sociale.

E quota 100?

Nel programma del governo, composto da 29 punti programmatici, di quota 100 non si parla affatto. Qui le ipotesi si susseguono a ritmo costante. C’è chi pensa addirittura alla cancellazione della misura, alla revoca di quota 100 già nel 2020. Ipotesi azzardata e di difficile attuazione però. Il rischio è di produrre, con le debite differenze, una situazione simile a quella che produsse la Fornero con la riforma del governo Monti. Si potrebbero creare nuovi esodati, con lavoratori che probabilmente si sono già accordati per la cessazione del loro rapporto di lavoro perché nel 2020 centreranno i requisiti per la quota 100.

Una cosa che oggi appare più di una semplice previsione è quella che da la quota 100 difficilmente prorogata oltre il 2021, che è la cadenza del triennio sperimentale che la misura ha previsto.
Per l’immediato l’ipotesi più plausibile è quella che vuole la misura corretta e ridisegnata. Per ampliare i risparmi che già sono emersi da un numero di pensionati inferiori alle attese nel 2019, il nuovo governo potrebbe inasprire un po’ i requisiti di accesso. Un modo già utilizzato in passato con altre misure, che ha lo scopo di ridurre la platea dei potenziali pensionati con la quota 100.
Si potrebbe optare per innalzare l’età minima di uscita portandola dai 62 anni di oggi a 64 anni.

Una ipotesi che prende campo è quella di portare i contributi minimi necessari a 39 anni. Sua alzando l’età che alzando i contributi, continuare a chiamarla quota 100 appare grottesco. Si passa infatti a Quota 102 alzando a 64 anni l’età minima di utilizzo della misura, oppure si passerebbe a quota 101se si 62 anni si dovrà aggiungere per forza di cose 39 anni di contributi.