Autore: Stefano Calicchio

Pensione - INPS

Pensioni anticipate ma con penalizzazione: le ipotesi dai 62 anni o con la quota 41

Si riaccende la discussione sulle pensioni anticipate, mentre si moltiplicano le ipotesi. Dalla quota 41 all’uscita con almeno 62 anni, ma il vero nodo da sciogliere resta quello delle condizioni di accesso.

Si prospetta un autunno caldo sulle pensioni e sulla riforma che il governo dovrebbe cominciare a impostare nelle prossime settimane, con l’obiettivo di arrivare a una profonda revisione entro il termine del prossimo anno. Sulla questione si dovrà necessariamente partire dalle due misure più urgenti, ovvero la proroga dell’Ape sociale e della pensione anticipata tramite l’opzione donna.

La prima consente l’uscita dal lavoro a partire dai 63 anni di età e con almeno 30-36 anni di versamenti (in base alla specificità situazione di difficoltà vissuta dal lavoratore), mentre la seconda permette l’accesso alla pensione a partire dai 58 anni (59 anni per chi ha versamenti da lavoro autonomo) e almeno 35 anni di versamenti, accettando il ricalcolo interamente contributivo del futuro assegno.

Sullo sfondo il vero scoglio resta però la fine della quota 100, una sperimentazione che permette di accedere alla pensione dai 62 anni di età e con almeno 38 anni di versamenti, ma solo per chi matura i requisiti utili entro il 31 dicembre del 2021.

Pensioni anticipate: lo scalone del 2022 e le ipotesi di penalizzazione

Proprio in merito a quest’ultimo punto si profilo lo scontro più acceso tra governo e sindacati. Al momento l’esecutivo ha chiarito che la quota 100 non sarà prorogata e terminerà quindi di essere utilizzabile il prossimo 31 dicembre 2021. Dal giorno successivo servirà comunque un nuovo meccanismo di flessibilità previdenziale, se non si vuole che molti lavoratori esclusi si trovino improvvisamente tagliati fuori dalla tutela e costretti ad attendere fino a cinque anni in più.

Le ipotesi più recenti parlano della possibile estensione della quota 41 per tutti assieme alla creazione di un ulteriore meccanismo di prepensionamento che dovrebbe consentire l’uscita dal lavoro a partire dai 62 anni di età, anche se non è chiaro con quanti anni di contribuzione. Ma per poter realizzare la nuova flessibilità facendo al contempo quadrare i conti pubblici il governo potrebbe essere costretto a chiedere ai lavoratori un sacrificio in termine di penalizzazione sul valore del futuro assegno.

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La riforma delle pensioni e la nuova flessibilità con penalizzazione non sembra piacere ai lavoratori

Sul punto abbiamo interrogato gli iscritti della pagina facebook “Riforma pensioni e lavoro”, coinvolgendoli in un sondaggio informale. Le risposte date mostrano un atteggiamento generalmente critico verso l’introduzione di una penalizzazione, indipendentemente dal tipo di opzione di pensionamento contemplata. Maurizio, ad esempio, spiega che “ognuno deve essere libero di andare con un minimo di contribuzione ventennale e di età anagrafica di 62 anni quando ne ha voglia”.

Entrando nel merito, prosegue il commentatore, “mi piacerebbe ascoltare i politici, i sindacalisti e/o gli economisti dire la loro sulla capacità di un lavoratore ultrasessantenne di sopportare i ritmi, le innovazioni tecnologiche e le continue richieste di aumento e qualità di produzione. L’ho scritto altre volte, ma nessun commento. Altra questione è il riscatto della laurea che ordinario costa un botto e agevolato vale prevalentemente solo per il raggiungimento dell’anzianità contributiva, ma poco dal punto di vista della prestazione previdenziale”.

La maggior parte dei commentatori resta però contraria all’applicazione di una penalizzazione, mentre alcuni la contemplano solo in casi specifici, ad esempio per le pensioni più alte o per i vitalizi. Mentre c’è anche chi ritiene che avere la pensione, seppure con la penalizzazione, resti un diritto, purché vi sia adeguata flessibilità in uscita dal lavoro.

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