Autore: Stefano Calicchio

Pensione - INPS

Pensioni anticipate, la replica dei sindacati sulla quota 41: serve anche flessibilità dai 62 anni

I sindacati guardano con favore alle pensioni anticipate con 41 anni per tutti, ma la misura non è ritenuta sufficiente per garantire una vera flessibilità in favore di tutti i lavoratori.

Tra le nuove misure allo studio dell’esecutivo per garantire maggiore flessibilità previdenziale al termine della quota 100 c’è anche la quota 41, un meccanismo al momento disponibile solo per alcune specifiche situazioni di disagio e che dovrebbe garantire l’uscita dal lavoro senza l’applicazione di un requisito anagrafico. La questione è ora sul tavolo di discussione e sarà quindi oggetto di confronto nei prossimi appuntamenti fissati tra piattaforma sindacale e Ministero del Lavoro.

Le date da monitorare sono quelle del prossimo 8 e 16 settembre 2020, quando Cgil, Cisl e Uil torneranno a parlare con la Ministra del Lavoro Nunzia Catalfo. Nella prima occasione, si dovranno definire gli interventi di riforma del settore previdenziale più urgenti, come il rinnovo delle sperimentazioni legate all’Ape sociale e all’Opzione Donna (in scadenza al termine del 2020). Il secondo appuntamento sarà invece dedicato a una riforma generale del settore previdenziale, con l’obiettivo di evitare il concretizzarsi di uno scalone al termine della quota 100 (cioè dal primo gennaio 2022).

Riforma pensioni, le dichiarazioni dei sindacati sulla quota 41 per tutti

Rispetto alla situazione appena evidenziata, i sindacati hanno preso posizione con commenti orientati alla prudenza. Secondo il Segretario Confederale della Uil è necessario fare una valutazione più ampia per evitare lo scalone dettato dalla legge Fornero dopo il 2021, mentre il Segretario Confederale della Cgil Roberto Ghiselli evidenzia i possibili problemi legati alla scadenza della quota 100.

Quest’ultimo giudica inoltre il possibile avvio della quota 41 per tutti come un intervento spot, visto che una simile opzione non potrebbe comunque andare in favore di tanti lavoratori con un’anzianità contributiva più bassa. Si pensi ad esempio alle donne, che ne risulterebbero escluse perché possiedono in media 25 anni di versamenti.

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La posizione dei sindacati: uscita flessibile per tutti dai 62 anni

Sulla riforma del sistema previdenziale le parti sociali continuano quindi a sostenere la necessità di un intervento più ampio, che possa garantire anche un meccanismo di pensionamento a partire dai 62 anni di età e senza particolari vincoli a limitarne l’accesso. L’idea è di garantire l’accesso alla pensione anche a quei lavoratori che hanno vissuto una carriera difficile, part time o discontinua, tenendo conto di elementi come la maternità e il lavoro di cura svolto in famiglia.

Per i giovani si punta invece a concretizzare una pensione di garanzia, che possa quindi valorizzare i periodi di formazione e quelli di disoccupazione, oltre alle particolarità del lavoro svolto con orario a tempo parziale. In favore di una simile riforma vi sarebbero i risparmi accumulati in questi anni grazie al mancato utilizzo della quota 100 rispetto alle proiezioni iniziali, stante che i conti dell’Inps sono in equilibrio. Un fatto che diventa evidente se dal bilancio dell’Inps si opera una distinzione tra spesa per previdenza e assistenza, tema sul quale si attende ormai da tempo l’approfondimento di un’apposita commissione.

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