Pensioni anticipate: ecco perché sono più basse di importo

Pensioni anticipate: ecco perché sono più basse di importo

Andare in pensione prima è il sogno di molti lavoratori, ma c’è a chi non conviene

Andare in pensione prima, anticipare l’uscita dal mondo del lavoro o mettersi a riposo dopo anni di carriera senza aspettare i 67 anni è il sogno di molti lavoratori. Ma non tutti sanno che anticipare l’uscita e quindi, la pensione, ha dei costi per il pensionato. Costi in termini di assegno previdenziale. Si, è vero, anche senza penalizzazioni insite nella misura, c’è da lasciare qualcosa di assegno per poter anticipare la quiescenza.

Lo sai che anticipando l’uscita dal lavoro si perde sull’assegno di pensione?

Non scopriamo certo l’acqua calda dicendo che se si anticipa la pensione si perde sull’assegno. Una evidenza netta se solo si pensa ai contributi versati. Uscire prima, magari con la quota 100 e quindi fin dai 62 anni, per chi ha continuità di lavoro, nel senso che ha una occupazione stabile e l’uscita è a sua piena facoltà, ha immediatamente una perdita evidente.

Parliamo dei contributi in meno versati. Uscire a 62 anni anziché a 67, per quel soggetto di cui parliamo, significa uscire con 5 anni in meno di contributi versati. E come si sa in epoca contributiva, con le pensioni calcolate con il sistema contributivo, più si versa più si prende di pensione.

Chi va in pensione in anticipo deve pertanto, accontentarsi di un assegno più basso rispetto a quello che avrebbe ottenuto continuando a lavorare per più anni. Questa è la regola che peggiorerà nel tempo, dal momento che con l’ingresso della riforma Dini nel sistema, sono sempre di meno i lavoratori che hanno diritto al calcolo misto della pensione, quel tipo di calcolo che permette di ottenere una pensione in parte retributiva ed in parte contributiva.

I coefficienti di trasformazione

Parlando di pensioni contributive poi, è evidente che sono già di natura più basse di quelle retributive (o di gran parte di esse), con le prime basate sui contributi versati e le seconde sulle ultime retribuzioni (quelle degli ultimi 10 anni di carriera in genere). Ed in termini di perdita sugli assegni previdenziali ne è esempio l’uscita a 58 anni per le donne, che oltre alla perdita relativa al minor gettito di contribuzione versata, si trovano a dover accettare il calcolo pieno con il sistema contributivo, anche per quegli anni di carriera che avrebbero dovuto essere calcolati con il retributivo.

Stesso discorso per la pensione con opzione contributiva. Occorre ricordare che 9 volte su 10 i periodi di lavoro retributivi danno diritto ad una pensione più elevata e che se negli ultimi anni di carriera sono sopraggiunti periodi di disoccupazione indennizzata per esempio, questi periodi che abbassano la retribuzione di riferimento e quindi l’importo della pensione, possono essere sterilizzati, cioè eliminati dal calcolo.

Inoltre, sulle pensioni contributive o sulla parte di pensione calcolata con questo penalizzante sistema, si deve fare i conti con i coefficienti di trasformazione del montante dei contributi in pensione. Si tratta di alcune specie di aliquote con cui viene passato il totale dei contributi versati per poi diventare assegno mensile di pensione.

E prima si esce dal lavoro meno favorevoli sono questi coefficienti. A parità di carriera lavorativa e di anni di contributi versati, la pensione per uno che esce a 67 anni è più alta di chi esce a 62 anni proprio in virtù di questi coefficienti.

Per fare un esempio, un soggetto che si trova con 30.000 euro di montante contributivo (la sommatoria di tutti i contributi versati nella carriera) ed ha diritto all’uscita a 60 anni si vedrà trasformare quel montante in pensione con un coefficiente pari al 4,515%, con risultato 1.354,50 euro. Lo stesso montante contributivo viene trasformato per un 67enne con coefficiente 5,575%, con risultato, 1.672,50.