Autore: Stefano Calicchio

Pensione - INPS

Pensioni anticipate e post quota 100: i lavoratori chiedono più flessibilità in uscita, ma lo spazio d’azione resta ristretto

Da un lato la necessità di tantissimi lavoratori di accedere alla pensione anticipata, dall’altro lato la mancanza di spazio per via dei conti pubblici e del debito crescente: la prossima riforma delle pensioni resta un rebus.

Sulla flessibilità in uscita dal lavoro si continua a discutere da tempo, mentre la crisi economica derivante dal Coronavirus rappresenta solo l’ennesimo peso che si aggiunge alle già note difficoltà di trovare una quadra tra le esigenze dei lavoratori e quelle di tenuta del bilancio pubblico. Il tutto mentre all’orizzonte si profila la fine della sperimentazione legata alla quota 100 e quindi la necessità di un nuovo intervento di regolazione del sistema previdenziale.

L’opzione nata durante l’ormai lontano governo giallo-verde prevede la possibilità di ottenere il pensionamento a partire dai 62 anni di età e con almeno 38 anni di contribuzione, senza l’applicazione di ulteriori penalizzazioni e accettando al contempo di cessare la propria attività lavorativa. Un’eventualità che continuerà a sussistere fino al termine del 2021, quando la sperimentazione si chiuderà in modo definitivo.

Pensioni anticipate, il governo conferma il termine della quota 100

In merito allo schema di pensionamento appena evidenziato, l’attuale esecutivo ha già spiegato in diverse occasioni di non voler dare seguito all’operazione. Di fatto, non vi sarà alcuna estensione del provvedimento nel 2022, fatto che rischia di creare uno scalone di ben cinque anni per coloro che risulteranno esclusi dalla misura (anche se per pochi giorni).

Appare quindi evidente che tra i requisiti della quota 100 e quelli ordinari previsti dalla legge Fornero sarà comunque necessario un meccanismo ponte in grado di garantire perlomeno una flessibilità simile, seppure con requisiti o condizioni peggiorative. A tal proposito, prima dello scoppio della grave crisi dovuta al Coronavirus si era arrivati a ipotizzare una sorta di quota 101 o 102, con un meccanismo che aveva l’obiettivo di ridurre lo scalone dovuto al termine della sperimentazione.

L’idea era di aumentare lievemente il requisito anagrafico fino a 63 anni di età, mantenendo inalterato il vincolo contributivo dei 38 anni di versamenti. Un’opzione che non entusiasmava i potenziali fruitori, ma che perlomeno evitava di concretizzare un ritorno eccessivamente brusco al precedente sistema di regole.

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La pensione per tutti dai 62 anni e la questione dei lavoratori precoci

Parallelamente negli scorsi mesi i sindacati avevano avanzato l’ipotesi di un meccanismo di uscita che potesse aprire le porte della pensione a tutti i lavoratori a partire dai 62 anni di età, unitamente a un vincolo contributivo limitato (per non penalizzare eccessivamente i lavoratori che hanno vissuto una carriera precaria o discontinua).

Ma sul tavolo resta anche da risolvere il nodo dei cosiddetti lavoratori precoci, che chiedono l’uscita per tutti a partire dai 41 anni di versamenti indipendentemente dall’età anagrafica effettivamente raggiunta. Attualmente l’ipotesi è percorribile solo da chi ha versato almeno un anno di contributi prima del 19mo anno di età e rientra nelle categorie di tutela individuate dalla legge (disoccupati senza ulteriori sussidi, invalidi, caregiver e lavoratori che hanno svolto attività gravose o usuranti).

Insomma, il rebus continua a restare molto complicato da risolvere, anche considerando che la crisi economica dovuta agli effetti del Coronavirus ha reso ancora più difficile il reperimento di risorse destinate alla flessibilità previdenziale, nonostante l’esigenza di un’armonizzazione del sistema resti evidente.

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