Autore: Stefano Calicchio

Pensione - INPS

Pensioni anticipate e Quota 41: i lavoratori chiedono di ampliare la platea dei beneficiari

Le pensioni anticipate tramite Quota 41 sono destinate solo a chi vive specifiche situazioni di disagio, ma i lavoratori chiedono maggiore flessibilità e un’estensione della platea dei beneficiari.

Tra i provvedimenti di flessibilità disponibili all’interno del nostro ordinamento previdenziale ci sono anche le pensioni anticipate tramite quota 41, un meccanismo che attualmente è rivolto solo a coloro che presentano specifiche condizioni di disagio. Attualmente per poter accedere alla misura serve maturare almeno un anno prima del 19mo anno di età e contemporaneamente rientrare all’interno di uno dei quattro casi sotto tutela.

Al fine di uscire dal lavoro con 41 anni di versamenti risulta indispensabile risultare senza lavoro (avendo terminato il sussidio della naspi), con un’invalidità uguale o superiore al 74%, caregivers o lavoratori che hanno svolto le attività gravose e usuranti riconosciute dalla legge. Al momento è inoltre in essere un confronto tra governo e sindacati che dovrebbe portare alla possibile estensione dei beneficiari della misura, includendo ad esempio i lavoratori fragili che sono soggetti a un maggiore rischio di salute per via dell’attuale epidemia dovuta al coronavirus.

Si pensi ad esempio a coloro che risultano impiegati nel settore della sanità o dei trasporti e che presentano patologie fortemente a rischio in caso di contagio. Per cercare di fare il punto della situazione abbiamo chiesto ai lavoratori iscritti alla pagina “riforma pensioni e lavoro” su Facebook di esprimere la propria opinione, al fine di conoscere le loro rivendicazioni sulla vicenda.

Pensioni anticipate e Quota 41: i lavoratori chiedono più flessibilità nell’accesso alla misura

Stante il quadro della situazione appena evidenziato, sono stati moltissimi i commenti inseriti dai lavoratori in poche ore rispetto alla necessità di ampliare le possibilità di accesso alla quota 41 e di rendere più flessibile l’uscita dal lavoro. Monica, ad esempio, spiega che “41 anni di contributi sono sufficienti per poter andare in pensione indipendentemente dal carico, perché dopo i 62 anni è faticoso lavorare in tutti i campi, soprattutto se a casa si hanno dei carichi come genitori anziani da accudire o altro”.

Francesco chiede di consentire il pensionamento a “tutti i precoci che hanno iniziato due anni prima dei 18 anni di età, senza distinzioni. Ormai andiamo al lavoro con farmaci vari e cinture addominali al seguito, più vari integratori per farcela”. Claudio chiede invece i “41 anni per tutti, indipendentemente dall’età anagrafica, e se per vari motivi un lavoratore è impossibilitato a raggiungere tale requisito, facciamo valere un’età anagrafica (tipo 62 - 63 anni) con i contributi che un lavoratore ha versato (permettendo alle donne di andare con un anno in meno).

Per Mariano “nel momento storico che oggi viviamo è limitativo considerare solo i numeri, 30/40 anni fa i ritmi della vita erano diversi. Oggi si viaggia con il pedale a tavoletta e con la fuori uscita di lavoratori che negli ultimi 20 anni sono andati in quiescenza senza essere stati sostituiti per il blocco delle assunzioni nel pubblico. La crisi nel privato triplica il lavoro per chi rimane e arriva a 60 anni: penso che con 30 anni di contributi sia giusto andare in pensione senza penalità, con un reddito dignitoso per poter vivere serenamente senza il bisogno di andare nei cassonetti dei mercati per racimolare di che mangiare o vestirsi”.

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Pensioni flessibili, il caso delle donne e dei lavoratori autonomi

Sabino ricorda invece la delicata situazione vissuta dai lavoratori autonomi, “che in questo momento sono tra i più penalizzati e non ne parla mai nessuno... Senza ammortizzatori e addirittura con opzione donna che penalizza le lavoratrici autonome. Comunque 41 anni di lavoro mi sembrano più che sufficienti. Largo ai giovani che possono dare una svolta a questa bella Italia”.

Emanuela ricorda invece la situazione delle donne “over 60, che hanno avuto lavori discontinui e precari, che hanno problematiche di salute, familiari da accudire, nipoti ecc… che svolgono attività pesanti e su turni non riconosciute dall’INPS come usuranti e gravose, mentre di fatto lo sono”. Liliana chiede di mandare le donne in pensione “a 60/62 anni con quello che hanno maturato, perché praticamente abbiamo svolto due lavori per tutta la vita”.

Infine, per Antonia “sarebbe giusta la pensione dai 60/62 anni sia nel pubblico che nel privato, con almeno 35 anni di contributi, ma assolutamente no al ricalcolo totalmente contributivo come previsto dall’opzione donna. È troppo penalizzante soprattutto se applicato su stipendi bassi, come il mio”.

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