Pensioni anticipate e Quota 100: nella PA per il TFR serve attendere anche 5 anni

Le pensioni flessibili tramite quota 100 nel pubblico impiego non aprono il prestito sul TFS/TFR a tutti. Così per molti lavoratori non resta che attendere anni prima di vedere la buonuscita.

La legge di bilancio 2020 è in fase di approvazione e con essa non sono attese sorprese rispetto alla continuazione della quota 100. Il provvedimento di pensionamento anticipato è risultato meno oneroso per le casse pubbliche rispetto a quanto previsto inizialmente ed una sua interruzione rischierebbe di disorientare ingiustamente i pensionandi che avevano già organizzato la propria quiescenza.

Ma vi è un ulteriore fattore di iniquità che purtroppo continua a persistere per chi sceglie di dare seguito all’opzione lavorando nel pubblico impiego. Si tratta della corresponsione del trattamento di fine lavoro (TFR) o del trattamento di fine servizio (TFS). In parole semplice, il riferimento va all’agognata liquidazione. Chi lavora nel pubblico si trova infatti a sottostare a regole che possono essere talvolta derogate solo tramite la sottoscrizione di un prestito.

Questo però solo nei casi migliori, perché altre volte purtroppo non resta che armarsi di molta pazienza e attendere. Una situazione che certamente ha del paradossale se si pensa che lo scopo della buonuscita consiste proprio nell’offrire maggiore serenità durante il passaggio dalla vita lavorativa attiva a quella di pensionato.

L’uscita nella PA con la quota 100 e le regole di pagamento del TFS

Partiamo con ordine e cominciamo a fare un quadro generale della situazione ricordando quali sono i meccanismi di base che regolano l’accesso alla pensione anticipata tramite la quota 100. L’opzione rende possibile la quiescenza a partire dai 62 anni di età e con almeno 38 anni di versamenti. Viene previsto un limite di cumulo con ulteriori redditi da lavoro dipendente o autonomo, fatta eccezione per le attività occasionali nella misura massima di 5mila euro lorde annue.

Nel caso dei lavoratori pubblici vi è poi una finestra di attesa che corrisponde a 6 mensilità (contro le 3 mensilità previste nel privato). Il motivo che sottintende questa scelta del legislatore riguarda la necessità di poter organizzare le uscite mantenendo in essere il livello qualitativo del servizio pubblico offerto alla popolazione, stante la necessità di programmare il turn over, l’assunzione e la formazione di nuovo personale.

Resta inoltre la particolarità della corresponsione del trattamento di fine rapporto per il settore pubblico. Infatti, le norme di riferimento prevedono un meccanismo particolare per questa situazione. Il quadro è chiarito dall’articolo numero 23 comma 1 del Decreto Legge numero 4 del 2019. All’interno viene chiarito che il pagamento del TFR/TFS per chi matura la pensione pubblica con 62 anni di età e 38 anni di versamenti viene effettuato tenendo conto dei criteri relativi alla pensione di vecchiaia, oppure delle forme anticipate previste dalla legge Fornero qualora queste consentano una maturazione precedente.

Le implicazioni per i lavoratori pubblici che chiedono l’accesso alla quota 100

Rispetto a quanto appena evidenziato, ne consegue che il pagamento del trattamento di fine servizio per i lavoratori della pubblica amministrazione prende forma dopo ben 12 mensilità più 90 giorni dalla maturazione dei 67 anni di età, oppure in alternativa dopo 24 mensilità più 90 giorni dalla maturazione dei requisiti per l’accesso alla pensione anticipata della legge Fornero. Quest’ultima prevede l’accumulo di almeno 42 anni e 10 mesi per gli uomini ed un anno in meno per le donne. Chi accede alla pensione anticipata dovrebbe però poter ottenere uno sconto di 12 mensilità più 90 giorni laddove il lavoratore pubblico abbia conseguito almeno 65 anni di età, ovvero il limite previsto per la permanenza in servizio. Bisogna però evidenziare che con l’accesso alla quiescenza l’anzianità lavorativa di fatto si blocca, pertanto il requisito per l’anticipata resta teorico.

Fatte queste premesse di metodo, nella pratica tali regolamenti si traducono nella realizzazione di una finestra di attesa per il pagamento del TFR/TFS per quei dipendenti che chiedono l’accesso alla pensione anticipata tramite la quota 100. Tale finestra corrisponde a ben cinque anni per la ricezione della prima tranche per coloro che accedono all’Inps a 62 anni di età con 38 anni di versamenti, mentre la seconda tranche arriverà dopo ulteriori 12 mensilità e la terza dopo altri 12 mesi dalla seconda. Un beneficio sui termini è possibile solo quando una riduzione degli anni di servizio o un’età anagrafica più elevata lo consentono.

La liquidazione non verrà quindi corrisposta per intero alla maturazione dell’età ordinaria di accesso alla pensione. Questo perché la legge numero 147 del 2013 prevede che nel pubblico impiego l’importo venga pagato in un’unica soluzione solo quando questo risulta uguale o inferiore alle 50mila euro. Fino a 100mila euro si divide in due rate, mentre per cifre superiori si arriverà a generare fino a tre diverse rate di pagamento distanziate ciascuna di 12 mesi.

Prevista la possibilità del prestito per ottenere subito la buonuscita, ma non per tutti

Tra i possibili rimedi il legislatore ha previsto attraverso il decreto legge numero 4 del 2019 la possibilità di chiedere subito dopo l’accesso all’Inps il pagamento di una parte della propria liquidazione tramite la sottoscrizione di un prestito senza oneri. La norma prevede la possibilità di richiedere fino a 45mila euro, che verranno erogate dal settore bancario e alle quali sarà applicata una detassazione commisurata all’entità temporale della dilazione (valida solo per il trattamento di fine servizio).

Questo meccanismo presenta però dei limiti, perché non potrà essere richiesto da tutti i dipendenti del settore pubblico. Solo coloro che accedono alla pensioni sulla base dei requisiti della legge Fornero o della quota 100 potranno beneficiarne. Ne resterebbero quindi tagliati fuori tutti quei lavoratori che a diverso titolo hanno conseguito l’agognato assegno pensionistico con requisiti diversi da quelli previsti per la legge Fornero.

Resta quindi il fatto che la situazione appare paradossale e certamente distorsiva rispetto alle regole previste nel settore privato. Il dipendente pubblico che accede alla quota 100 si trova infatti costretto ad attendere anni per poter ricevere la prima tranche della propria liquidazione. Ed anche quando possiede i requisiti per ricorrere all’istituto del prestito ponte, in molti casi quest’ultimo copre solo una parte dell’intera somma. Con il risultato che di fatto si va a vanificare il suo scopo di tutela previdenziale e di salvaguardia per gli anni nei quali non si è più in grado di generare un reddito da lavoro.