Pensioni anticipate e Quota 100: le ipotesi per il termine della sperimentazione, ecco cosa potrebbe accadere dal 2022

Sulla quota 100 si gioca una partita importante della flessibilità previdenziale. La conferma della prosecuzione della sperimentazione fino al 31 dicembre 2021 lascia in dubbio la possibilità di accesso alla pensione agevolata dal 2022.

Le pensioni anticipate tramite la quota 100 continuano a restare al centro del dibattito pubblico, soprattutto per quanto concerne il termine della sperimentazione. Le rassicurazioni sulla prosecuzione del provvedimento fino alla sua scadenza naturale (fissata al 31 dicembre 2021) non mettono infatti al riparo dallo scalone che potrebbe verificarsi successivamente, cioè a partire dal primo gennaio del 2022.

D’altra parte, è il destino di un sistema che introduce flessibilità in uscita dal lavoro con strategie spot, in grado di allentare la rigidità della legge Fornero nel breve termine ma senza risolvere in via definitiva il problema di una pensione che appare per molti lavoratori sempre più difficile da raggiungere. Con il risultato che ancora una volta i lavoratori rimasti esclusi da un’opzione sperimentale potrebbero trovarsi a fronteggiare fino a 5 anni di ulteriore attesa per poter ottenere l’agognato assegno. Ma procediamo per gradi e partiamo innanzitutto dalle regole di base che garantiscono l’accesso alla quota 100.

Pensioni anticipate e Quota 100: come funziona l’attuale sperimentazione

Quello che al momento appare certo (fatte salve eventuali sorprese in arrivo dalla legge di bilancio 2020) è che per almeno il prossimo biennio le pensioni anticipate tramite quota 100 dovrebbero continuare a proseguire nel proprio funzionamento. L’opzione garantisce l’accesso all’Inps a partire dai 62 anni di età e con almeno 38 anni di versamenti, rinunciando però alla cumulabilità dell’assegno con altri redditi da lavoro autonomo o dipendente.

Fanno eccezione i redditi occasionali, nella misura massima di 5mila euro l’anno. La pensione viene calcolata secondo le proprie regole di riferimento, quindi con il sistema retributivo, misto o contributivo a seconda dei casi specifici. In questo senso, si mantiene il calcolo retributivo (o quello misto) nei casi in cui ricorrono i requisiti (cioè quando risultano versamenti effettuati prima del 31 dicembre 1995).

Q100: la questione della platea di riferimento

Prendendo spunto rispetto a quanto appena evidenziato, la platea di coloro che possono accedere all’Inps tramite la quota 100 riguarda maggiormente i lavoratori del sistema misto. Questo perché appare improbabile aver maturato almeno 38 anni di versamenti prima del 1996 senza aver già ottenuto l’accesso all’Inps. La contribuzione ammessa riguarda tutti i tipi di versamento, compresi quindi quelli da riscatto o figurativi. Essendo davanti ad un meccanismo di prepensionamento, risulta però necessario che almeno 35 anni siano versati come contribuzione effettiva.

Resta comunque aperta la possibilità di far valere versamenti effettuati in diverse gestioni Inps, ricorrendo al cosiddetto cumulo dei versamenti. Una possibilità che permette di sfruttare anche quanto versato nella cosiddetta gestione separata dell’Inps.
La questione della platea dei potenziali fruitori risulta comunque molto sentita anche per quanto concerne la sostenibilità della misura. Secondo recenti stime dei sindacati, i pensionamenti totali nel corso del triennio dovrebbero risultare poco al di sopra delle 325mila unità, contro le 973mila stimate inizialmente dal governo.

Il saldo negativo vedrebbe quindi concretizzarsi ben 647mila pensionamenti in meno rispetto alle ipotesi tecniche iniziali. Numeri che consentirebbero risparmi importanti e che sarebbero risultati determinanti per la prosecuzione della sperimentazione, stante le minori coperture necessarie a garantire la tenuta del bilancio pubblico e di quello dell’Inps.

Le prospettive per chi deve lasciare il lavoro dal 2022

Il quadro appena esposto riassume il funzionamento della quota 100 nel corso del triennio della propria sperimentazione, ma pone anche le basi per la discussione ed i relativi dubbi riguardanti la sua prosecuzione. Se al momento appare infatti possibile rimandare temporaneamente la questione garantendo la continuità della misura all’interno della legge di bilancio 2020, dal prossimo anno bisognerà necessariamente capire in che modo sciogliere il nodo della vicenda. Infatti, la prospettiva per il 2022 prevede il realizzarsi di uno scalone fino a 5 anni per tutti i lavoratori che non riusciranno a centrare i requisiti utili per l’accesso alla quota 100.

Un contraccolpo che risulta ancora più pesante di quello realizzatosi con la vecchia riforma Maroni, nel momento in cui si concretizzò un gap triennale per i lavoratori che avrebbero ottenuto la quiescenza nel 2008 rispetto a chi l’avrebbe maturata nel 2007. Per ovviare a quell’inconveniente, più di un decennio fa prese successivamente forma la riforma Damiano.

Dal 2022 chi dovesse perdere la possibilità di far valere i requisiti della quota 100 non avrebbe altra scelta. L’unica via similare di accesso al prepensionamento resterebbe infatti la pensione anticipata della legge Fornero, che prevede l’ingresso nell’Inps con almeno 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne) rispetto ai 38 anni di versamenti della misura avviata dall’esecutivo giallo-verde.

Le ipotesi di riforma della quota 100 per gli anni successivi

Stante la situazione appena evidenziata, negli ultimi mesi si sono moltiplicate anche le ipotesi di riforma utili a garantire la prosecuzione della flessibilità previdenziale dopo il termine della quota 100. Secondo quanto evidenziato dal Presidente di Itinerari Previdenziali Alberto Brambilla, si potrebbe garantire la prosecuzione dell’operazione legandola ad una penalizzazione economica, che andrebbe messa in relazione agli anni di anticipo rispetto all’assegno di vecchiaia.

Una seconda opzione circolata nelle scorse settimane prevedeva invece la possibilità di garantire l’uscita anticipata per tutti i lavoratori a 64 anni di età indipendentemente dai versamenti, ma accettando il penalizzante ricalcolo contributivo puro dell’assegno. Infatti, in questo caso l’assegno verrebbe calcolato semplicemente sulla base dei contributi versati e perderebbe allo stesso tempo ogni altra possibilità di adeguamento al minimo.

Un’ultima opzione consiste invece nella stabilizzazione del provvedimento, che da sperimentale diventerebbe di natura strutturale. Si tratta della possibilità che attualmente appare più improbabile, anche perché lo stesso governo giallo-verde che aveva dato il via alla misura aveva indicato che al termine della sperimentazione si sarebbe proceduto sostituendo il provvedimento con la quota 41 per tutti. Nella pratica, resta molto difficile attualmente capire in che modo evolverà davvero la situazione, anche tenendo presente possibili ribaltoni al governo. Quello che rimane certo è che i lavoratori dovranno continuare a fare riferimento ad opzioni estemporanee di prepensionamento ancora per diversi anni, visto che il cantiere delle pensioni in Italia appare quanto mai movimentato e difficile da chiudere. Nel frattempo, restano ancora tantissimi i lavoratori che non riescono ad accedere all’Inps per via della rigidità dei requisiti causata dalle ultime manovre sul settore previdenziale.