Autore: Stefano Calicchio

Pensione - INPS - Ammortizzatori sociali

Pensioni anticipate dal futuro incerto con quota 100, APE social e opzione donna, ma i lavoratori chiedono più flessibilità

La crisi sanitaria ed economica dovuta al Coronavirus rischia di incidere profondamente sul modello del sistema previdenziale e di welfare. Nel frattempo si avvicina il termine di diverse sperimentazioni per l’accesso alla pensione anticipata.

Il dossier sulle pensioni e sulla flessibilità in uscita dal lavoro rischia di subire una forte pressione dalla crisi economia di Covid-19, stante l’impatto drammatico di quest’ultima sui conti pubblici italiani. A dimostrarlo sono state le accese discussioni sulla quota 100 verificatesi negli ultimi giorni in relazione al recovery fund e ai cosiddetti Paesi frugali, i quali hanno puntato il dito contro l’età di pensionamento registrata in Italia rispetto alla media dei dati OCSE.

Ad esempio, nella penisola l’età effettiva di quiescenza (considerando le diverse forme di anticipo della pensione) corrisponde a 63 anni e 3 mesi, mentre lo stesso parametro arriva a toccare i 65 anni e 2 mesi in Olanda (dove le pensioni si appoggiano fortemente alla previdenza integrativa). Allo stesso tempo, l’aspettativa di vita a 65 anni in Italia è superiore di 11 mesi nel nostro Paese rispetto al territorio olandese.

Sono anche dati come questi che spiegano perché strumenti di flessibilità previdenziale come la quota 100 siano finiti al centro della discussione sul Recovery Fund e sulla solidarietà nella distribuzione delle risorse europee.

Pensioni anticipate, il governo è chiamato a dare una risposta sul post quota 100

Stante quanto appena evidenziato, al di là dei numeri di confronto con gli altri partner europei resta il fatto che il nostro sistema previdenziale continua a essere caratterizzato da estrema rigidità e allo stesso tempo da regole di accesso alla pensione poco lineari e spesso legate a misure estemporanee.

È il caso delle pensioni anticipate tramite quota 100, un meccanismo che consente l’accesso all’Inps a partire dai 62 anni di età e con 38 anni di versamenti, senza ulteriori penalizzazioni ma accettando di rinunciare al proprio lavoro dipendente o autonomo. Il meccanismo risulta difficilmente accessibile per molti lavoratori che hanno vissuto una carriera precaria, ma rischia anche di creare ulteriori problemi al proprio termine (vista la natura sperimentale).

Questo perché, trattandosi di una misura in scadenza nel 2021, se non fosse rinnovata potrebbe andare a costituire un vero e proprio “scalone” per i lavoratori che ne sono rimasti esclusi, con un salto che in alcuni casi toccherebbe i cinque anni di lavoro in più tra chi è riuscito a entrare nella sperimentazione e chi invece ne risulta escluso.

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Pensioni con quota 100: il problema dello scalone e la necessità di un intervento correttivo

Si prenda l’esempio di due lavoratori che si trovano entrambi ad aver accumulato 38 anni di versamenti. Il primo compirà 62 anni nel mese di dicembre del 2021, mentre il secondo a gennaio del 2022. Quest’ultimo, non potendo accedere alla quota 100, dovrà lavorare fino a 67 anni (o in alternativa fino a quando non avrà raggiunto i 42 anni e 10 mesi di versamenti) per poter accedere all’agognata quiescenza.

È chiaro quindi che una qualche forma d’intervento correttivo nel sistema previdenziale italiano dovrebbe essere attuata se non si vuole arrivare a effetti simili a quelli già prodotti in passato da risorse lacrime e sangue, com’è stato per la legge Fornero. Tanto che l’ipotesi pre-Covid prendeva in considerazione una possibile quota 101-102, con parametri leggermente peggiorativi, ma comunque utili per contenere lo scalone appena descritto.

Riforma pensioni: tra le sperimentazioni in scadenza anche Ape sociale e opzione donna

Sullo sfondo resta anche l’attesa per la proroga delle altre opzioni di quiescenza anticipata di natura sperimentale. È il caso dell’APE sociale, che consente l’uscita dal lavoro a partire dai 63 anni con 30-36 anni di versamenti (in base alla specifica situazione di disagio prevista dal legislatore). L’opzione è stata introdotta con la legge di bilancio 2017 e consente un anticipo massimo di 3 anni e 7 mesi rispetto alla pensione di vecchiaia, con un assegno ponte non superiore a 1500 euro.

Ulteriori dubbi riguardano la proroga dell’opzione donna, un trattamento pensionistico che attualmente prevede la maturazione di almeno 35 anni di versamenti e contestualmente di un’età anagrafica uguale o superiore ai 58 anni (59 anni per le lavoratrici autonome), accettando il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Il tutto prevedendo per l’erogazione del primo assegno una finestra d’attesa di 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti, che sale a 18 mesi nel caso di versamenti da lavoro autonomo.

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Pensioni flessibili 2021: i lavoratori chiedono maggiore flessibilità

Sullo sfondo resta l’esigenza dei lavoratori per avere maggiore flessibilità in uscita dal lavoro. In un contesto reso ancora più complicato dalle inevitabili conseguenze della crisi dovuta al Coronavirus, regole di pensionamento basate su sperimentazioni rischiano di creare scaloni o comunque palesi ingiustizie tra i lavoratori.

Anche per questo i sindacati da tempo premono per una soluzione in grado di garantire per tutti l’uscita dal lavoro a partire dai 62 anni di età o in alternativa una volta raggiunti i 41 anni di versamenti. Al riguardo, la discussione si è purtroppo bloccata al mese di febbraio 2020, ovvero prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria, ma resta il fatto che i lavoratori sono ancora in attesa di una soluzione che possa finalmente riformare il sistema nel suo complesso senza particolarismi o meccanismi di uscita basati su soluzioni a tempo.