Pensioni anticipate, Ghiselli (Cgil): sistema iniquo, serve flessibilità dai 62 anni (con 20 anni di versamenti) o quota 41

Pensioni anticipate, Ghiselli (Cgil): sistema iniquo, serve flessibilità dai 62 anni (con 20 anni di versamenti) o quota 41

Il segretario confederale della Cgil interviene sulle pensioni ricordando che l’esigenza di introdurre elementi di redistribuzione è fondamentale perché nel mondo del lavoro chi fa lavori deboli, precari e sottopagati viene penalizzato.

Si concretizzano importanti dichiarazioni in merito al tema della previdenza. Nelle scorse ore il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli ha fatto il punto della situazione rispetto al confronto in essere con il governo sulla riforma delle pensioni e sui possibili interventi correttivi che saranno messi in atto nel corso del 2021. A tal proposito, il sindacalista ha sottolineato innanzitutto l’intenzione di “non mettere ulteriori toppe nel sistema previdenziale.

Oggi abbiamo un sistema rigido che non consegna alle persone delle possibilità di scelta, a prescindere dai sistemi provvisori disponibili come ape sociale, opzione donna e quota 100. Si tratta di punti di transizione perché il sistema attuale è rigido, penalizzante nei confronti dei lavoratori, iniquo e anche poco solidale”.

Riforma pensioni, il problema dell’adeguamento alla speranza di vita

All’interno di questo contesto, Ghiselli è tornato a sottolineare il problema generato dall’adeguamento automatico all’aspettativa di vita, che interviene sui requisiti di accesso alla pensione sia incrementando l’età di uscita dal lavoro, sia intervenendo sui coefficienti di conversione del montante previdenziale. Nella pratica, il sindacalista definisce i meccanismi come “una doppia penalizzazione che abbiamo chiesto più volte di superare”.

Vi è poi il tema della differente speranza di vita tra i diversi lavoratori. “Ad esempio, chi ha svolto attività manuali ha una speranza di vita media inferiore di tre anni rispetto a un dirigente e con l’attuale sistema previdenziale il dirigente a parità di contributi versati ha un trattamento che dura tre anni in più rispetto all’operaio. La stessa cosa vale per il tema di genere.

Noi avevamo nella nostra storia un sistema previdenziale che forfettariamente considerava cinque anni di riconoscimento in favore delle donne per poter andare in pensione. Oggi le condizioni sono fondamentalmente allineate mentre le donne non si vedono riconoscere il fatto che sul mercato del lavoro avevano e hanno (e probabilmente avranno) condizioni di conciliazione e di opportunità diverse rispetto agli uomini”.

Pensioni flessibili dai 62 anni (con 20 anni di versamenti) o tramite la quota 41

Stante la situazione, le proposte avanzate dalla Cgil prevedono di garantire maggiore flessibilità in uscita dal lavoro sia dal punto di vista anagrafico, sia per quanto concerne l’anzianità di versamenti. A tal proposito Ghiselli spiega che “per flessibilità intendiamo dire che dopo una certa età (noi proponiamo 62 anni con 20 anni di contributi) oppure con 41 anni di contributi a prescindere dall’età il lavoratore e la lavoratrice devono essere in condizione di accedere al pensionamento attraverso meccanismi su scelta”.

D’altra parte, dal punto di vista della sostenibilità delle misure “oggi diventa prevalente il montante contributivo e i coefficiente di conversione per la determinazione della pensione, quindi rispetto al passato cambia il contesto. Essendo rilevanti questi due elementi, ci sono due incentivi forti che inducono le persone a rimanere di più a lavoro”. Un dato di fatto dimostrato anche dallo scarso interesse verso la quota 100 rispetto alle ipotesi iniziali di adozione.

Infine, l’esponente della Cgil ricorda l’importanza di prevedere una pensione di garanzia per chi è inserito nel sistema contributivo puro. “Non si tratta di una pensione minima, ma di un meccanismo che premia l’impegno delle persone sul mercato del lavoro valorizzando la posizione contributiva, per consentirgli di avere alla fine del percorso lavorativo una pensione dignitosa”.