Autore: Stefano Calicchio

Pensione - Ammortizzatori sociali - Quota 100

Pensioni anticipate 2020, ecco come potrebbe funzionare l’ipotesi della quota 101

Dal Movimento 5 Stelle si prospetta l’avvio di un nuovo meccanismo di accesso flessibile alla pensione una volta terminata la sperimentazione della quota 100.

Evitare lo scalone intervenendo sulla quota 100. È questa l’ipotesi governativa emersa negli ultimi giorni rispetto al tema della flessibilità previdenziale ed alle nuove misure che dovrebbero essere introdotte all’interno della legge di bilancio 2020. L’idea emerge dal Movimento 5 Stelle ed in particolare dalla Ministra della Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone.

Il progetto di fondo sarebbe quello di confermare l’impostazione generale della quota 100, che il Movimento ha già approvato nello scorso esecutivo. L’obiettivo consiste nel cercare di migliorarla e di renderla allo stesso tempo maggiormente sostenibile, così da garantirne anche il funzionamento dal punto di vista delle coperture. Per questo motivo si suggerisce di avviare una nuova quota 101, innalzando di un anno il requisito anagrafico (che arriverebbe a toccare i 64 anni di età), oppure quello contributivo (che si spingerebbe fino a 39 anni).

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Riforma pensioni 2020, l’obiettivo consiste nel superare lo scalone

Attualmente le pensioni anticipate tramite la quota 100 risultano accessibili a tutti i lavoratori ed alle lavoratrici che hanno compiuto almeno 62 anni di età e 38 anni di contribuzione, purché accettino il vincolo della non cumulabilità con altri redditi da lavoro autonomo o dipendente. Resta la possibilità di fare ricorso ad attività occasionali, seppure nella misura massima di 5mila euro lorde annue.

La sperimentazione risulta scadenzata fino al 31 dicembre del 2021, dopodiché senza ulteriori interventi di riforma il meccanismo arriverà semplicemente al proprio termine naturale. Proprio in questo frangente, cioè a partire dal 2022, si potrebbe verificare uno scalone per tutti quei lavoratori che non sono riusciti ad accedere alla misura per via della mancata maturazione del requisito anagrafico o contributivo.

Per molti di questi soggetti l’unica alternativa rimasta sarebbe la pensione di vecchiaia, che prevede il raggiungimento dei 67 anni di età. Oppure quella legata all’anzianità di versamenti, per richiede però almeno 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne). Quello che servirebbe è un meccanismo in grado di intervenire tra questi due spazi, così come si propone di fare la quota 100.

Le richieste dei sindacati per la pensione flessibile a partire dai 62 anni

Una richiesta di intervento rispetto a questa problematica è arrivata nelle scorse settimane anche dai sindacati, che hanno avanzato le proprie proposte tecniche durante i diversi tavoli di confronto con il governo che si sono succeduti a stretto giro. La piattaforma unitaria (formata da Cgil, Cisl e Uil) chiede di avviare una vera flessibilità per tutti a partire dai 62 anni di età, mentre dal punto di vista del vincolo contributivo si chiede di non superare i 20 anni di versamenti. In alternativa, per i lavoratori precoci che hanno accumulato diverse decine di anni di lavoro alle proprie spalle, i sindacati rivendicano la necessità di non superare i 41 anni di versamenti.

All’interno di questo contesto la quota 101 non sembra rappresentare l’apertura che le parti sociali si attendono, considerando l’impatto limitato rispetto alla platea dei lavoratori che chiedono maggiore flessibilità in uscita. Oltre a ciò, la conferma dell’impostazione della quota 100 non sembra in linea con le critiche e le osservazioni che questa misura ha già subito, posto che a non poterne beneficiare sono spesso i soggetti più deboli e con una contribuzione precaria / discontinua.

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Le nuove pensioni anticipate ed il problema della quadra sui conti

Sullo sfondo il vero rebus da risolvere resta proprio quello di trovare la quadratura del cerchio rispetto alla tenuta dei conti pubblici. Nei diversi tavoli di confronto avvenuti presso il Ministero del Lavoro a mancare sono state finora proprio le risposte da parte dell’esecutivo in merito alle risorse effettivamente presenti sul tavolo. Senza un computo preciso, resta infatti difficile comprendere quale possa essere la vera portata della riforma previdenziale.

Sul punto si attende di avere una prima risposta nel prossimo confronto tra le parti programmato per il 13 marzo 2020. In tale occasione si procederà ad una verifica politica delle ipotesi di riforma, ma si dovrà necessariamente anche fare il punto della situazione rispetto a quelli che potrebbero essere le effettive possibilità di spesa. Anche perché i tempi per la presentazione del Def stringono e la necessità di mettere nero su bianco i numeri relativi alle proposte di riforma risulterà tanto evidente quanto improcrastinabile.