Pensioni a 64 anni nel 2022: uscita per i nati fino al 1958, ma addio al retributivo

La riforma delle pensioni potrebbe prevedere una nuova via di uscita a 64 anni, meno rigida rispetto ad oggi, ma piuttosto penalizzante

Dopo quota 100 la via potrebbe essere quella di un peggioramento di due anni rispetto ai 62 anni della misura che il 31 dicembre prossimo cesserà di esistere. Tutto sembra propendere verso il varo di una misura che permetterebbe di ridurre da 5 a 2 anni il cosiddetto scalone.

Infatti si pensa ad una via di uscita a 64 anni, magari anche con solo 20 anni di contributi, ma che nasconde dentro una forte penalizzazione in termini di assegno.

In pratica, si potrebbe estendere la pensione anticipata contributiva oggi vigente ma solo per chi non ha contributi versati prima del 1996, a tutti i lavoratori. E così facendo, si verrebbe ad eliminare anche una netta disparità di trattamento tra retributivi e contributivi.

La pensione a 64 anni nel 2022, le ultime ipotesi

Oggi la pensione anticipata contributiva permette l’accesso alla pensione 3 anni prima dell’età pensionabile vigente che è fissata a 67 anni, ma si tratta di una misura che riguarda i cosiddetti contributivi puri, cioè chi non ha versamenti precedenti il primo gennaio 1996, anno di entrata in vigore del sistema contributivo introdotto dalla riforma Dini. Adesso si pensa ad estendere tale misura anche a chi ha contributi a qualsiasi titolo versati, precedenti il 1996.

Una sorta di estensione a tutti della pensione anticipata contributiva. Se il parametro è la quota 100, evidente che si perdono due anni come età minima di uscita, ma resta sempre il netto miglioramento rispetto al rischio di passare direttamente dai 62 anni di quota 100 ai 67 della pensione di vecchiaia Fornero. Con questa misura si potrebbe lasciare il lavoro esattamente come oggi accade ai contributivi puri, cioè a 64 anni di età e con almeno 20 anni di contributi.

La penalizzazione però sarebbe pesante

La pensione anticipata contributiva però ha un terzo requisito da rispettare che è quello dell’importo della pensione. Occorre infatti avere una pensione non inferiore a 2,8 volte l’assegno sociale, cioè più o meno 1.288 euro al mese. Al di sotto di questo importo la misura non è utilizzabile.

L’anomalia del sistema che riguarda i contributivi puri però è anche quella della pensione a 67 anni, perché servono sempre 20 anni di contributi, ma in questo caso l’assegno non deve essere inferiore a circa 690 euro al mese, altrimenti si passa all’uscita a 71 anni.

Tornando all’ipotesi di estendere la misura anche ai retributivi, si pensa a ritoccare il parametro delle 2,8 volte l’assegno sociale. Infatti sarebbe davvero troppo penalizzante inserire questo vincolo che c’è già chi chiedeva di ridurre per i contributivi puri. A maggior ragione se si pensa che l’ipotetica estensione a tutti della pensione anticipata contributiva, per i retributivi è un salasso.

Infatti occorrerà accettare un ricalcolo totalmente contributivo della prestazione, anche per gli anni di lavoro e contributi, versati prima del 1996. E come si sa più sono gli anni versati antecedentemente la riforma Dini, più si perde di assegno (con più di 18 anni al 31 dicembre 1996, si ha diritto al calcolo retributivo fino a tutto il 2011).