Pensioni: 64, 67 o 71 anni, privilegi e limiti della carriera anni 90

Avere una determinata carriera lavorativa prima del 1996 può essere determinate per l’età di uscita e per il calcolo della prestazione.

Andare in pensione prima o ricevere un assegno più elevato? Tra i fattori che incidono su entrambi questi aspetti c’è la carriera lavorativa con contribuzione versata negli anni 90.

A dire il vero la linea di demarcazione è il 31 dicembre 1995, perché avere una determinata carriera fino a quella data può determinare vantaggi o svantaggi in termini di pensione.

Tutto dipende dall’entrata in vigore del sistema contributivo, perché effettivamente fu proprio dal 1° gennaio 1996 che entrò in vigore la riforma Dini e tutto cambiò in materia previdenziale.

E la data di entrata in vigore del sistema contributivo previsto dalla riforma dell’allora Premier, Lanfranco Dini, è stata utilizzata negli anni a venire, compresa la riforma Fornero, come linea di demarcazione e come principio cardine per alcune misure previdenziali e per il calcolo della prestazione pensionistica.

Pensioni e carriera anni 90, come incide questo fattore

Avere un determinato numero di anni di contribuzione previdenziale versata al 31 dicembre 1995 può determinare una pensione più alta o più bassa. Il primo perimetro su cui incide quella fatidica data infatti è il calcolo delle pensione.

Chi ha almeno 18 anni di versamenti previdenziali prima del 1996, può godere di un calcolo retributivo delle pensione più esteso sulla carriera rispetto a chi ne ha meno. Riuscire ad arrivare a 18 anni di contribuzione antecedenti la riforma Dini può essere davvero un fattore determinante per percepire un assegno previdenziale più alto.

Per questo occorre verificare cosa è possibile fare tra riscatti, ricongiunzioni, cumuli e così via, perché questi strumenti potrebbero rendere buoni anni di contribuzione precedenti il 1996, per completare la soglia minima dei 18 anni necessari per il più vantaggioso calcolo retributivo.

I vantaggi del calcolo retributivo

Va ricordato infatti che i lavoratori che hanno 18 o più anni di contributi versati prima del 1996, godono del calcolo retributivo (basato sulle retribuzioni degli ultimi anni di carriera), fino al 31 dicembre 2011.

Invece chi ha meno di 18 anni di contributi versati al 31 dicembre 1995, godrà del favorevole calcolo retributivo proprio fino alla data del 31 dicembre 1995. Sono 16 anni di carriera su cui i primi godrebbero di un calcolo più favorevole rispetto ai secondi.

In altri termini, un lavoratore con 42 anni e 10 mesi di lavoro alle spalle, se ha già almeno 18 anni di versamenti prima del 1996 prenderà di più rispetto ad un collega con la stessa carriera totale e con la stessa età anagrafica che però al 31 dicembre 1995 ha meno di 18 anni di contributi.

Il privilegio del calcolo e gli svantaggi come età pensionabile

La data del 31 dicembre 1995 è importante pure per il diritto alla pensione. Se sul calcolo abbiamo già evidenziato gli evidenti vantaggi di chi ha una carriera lunga quanto basta per avere un più vasto calcolo retributivo della pensione, qualcosa va detta anche sul diritto alla pensione.

Chi ha iniziato a lavorare dopo l’entrata in vigore della riforma Dini, ha misure di vantaggio in termini di maturazione del diritto alla pensione, ma più difficili da centrare come requisiti.

Innanzi tutto va detto che il lavoratore privo di carriera antecedente il 1996, cioè privo di contribuzione a qualsiasi titolo versata, viene chiamato contributivo puro.

E questo lavoratore ha diritto alla pensione anticipata contributiva, per la quale bastano 64 anni di età e 20 di contributi. Uno scivolo vero e proprio rispetto alla pensione di vecchiaia che necessita sempre di 20 anni di contributi, ma a 67 anni di età.

Pensione anticipata o posticipata per i contributivi

La condizione «sine qua non» però, per poter sfruttare la pensione anticipata contributiva è che l’assegno liquidato deve essere superiore a 2,8 volte il valore dell’assegno sociale dell’anno in cui si vuole andare in pensione.

In pratica, in base ai parametri odierni è necessaria una pensione pari ad almeno 1.288 euro al mese. Se la pensione liquidata è più bassa, occorre attendere il 67imo anno di età, cioè si perde il potenziale beneficio dell’anticipo, ritornando nel perimetro della pensione di vecchiaia ordinaria.

Ma, sempre per i contributivi puri, c’è uno svantaggio in riferimento alle pensioni di vecchiaia. Infatti a 67 anni di età nonostante completati pure i 20 anni di contributi necessari, molti potrebbero vedersi negare la quiescenza di vecchiaia. Anche in questo caso infatti il parametro è l’assegno sociale.

Il contributivo puro infatti, per poter accedere alla pensione di vecchiaia deve ottenere una pensione pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale. Un limite che non riguarda chi ha anche un solo contributo versato prima del 1996. In assenza di una pensione pari a circa 690 euro al mese, la pensione di vecchiaia per i contributivi puri slitterebbe a 71 anni.

Per i contributivi puri non è da sottovalutare poi, il vantaggio della contribuzione precocemente versata. Infatti ogni contributo versato prima dei 18 anni di età, per chi non ha carriera precedente il 1996, vale 1,5 volte. In pratica 2 anni di lavoro prima dei 18 anni di età in termini di contribuzione valgono 3 anni. Leggi anche: Pensioni 5 anni prima: Recupero anni mancanti vantaggioso