Pensioni: 5 anni prima col Sostegni bis e poi flessibilità 2022

Nel decreto Sostegni bis potenziato lo scivolo per l’esodo, ma nel 2022 dentro misure flessibili

C’è chi credeva che il potenziamento dell’anticipo a 62 anni o con 37 anni e 10 mesi di contributi potesse essere la pietra tombale di qualsiasi ipotesi di riforma pensioni 2022.

Stando però alle dichiarazioni provenienti da fonti del governo vicine al dossier pensioni (in primo luogo il Ministro del Lavoro, Andrea Orlando), per il post quota 100 l’ipotesi flessibilità è ancora centrale.

Intanto viene drasticamente ridotto il numero di dipendenti minimi delle aziende in cui può trovare applicazione il contratto di espansione, che prevede immediatamente il pensionamento fino a 5 anni prima.

Quota 41 per tutti e flessibilità a 62 anni

La quota 100 va via e con essa la possibilità di trovare meritato riposo della pensione già a 62 anni con 38 anni di contribuzione versata. Solo chi riuscirà a centrare il requisito anagrafico e contributivo entro tale data potrà rientrare nella misura. Ma 62 anni potrebbe essere ancora l’età di uscita prevista per alcuni lavoratori.

Innanzi tutto perché questa età è uno dei due limiti del nuovo contratto di espansione. Per chi si trova a 5 anni dalla pensione di vecchiaia a 67 anni, cioè proprio a 62 anni, se è dipendente di aziende con almeno 100 lavoratori in organico, c’è la possibilità di prepensionamento.

La stessa opzione che hanno quelli che hanno completato i 37,10 anni di contributi versati e naturalmente si trovano a 5 anni dai 42,10 richiesti dalla pensione anticipata.

Ma 62 anni potrebbe essere il limite da cui fare partire la pensione flessibile di cui tanto si parla. Una misura cara ai sindacati che vorrebbero una formula 62+20 senza penalizzazioni da mettere a fianco ad una quota 41 per tutti, anch’essa senza penalizzazioni.

Verranno scelte categorie a cui concedere gli anticipi di pensione?

Parliamoci chiaro, sia una flessibilità a 62+20 che una quota 41 a tutti, soprattutto se neutre da penalità di assegno, sono misure che hanno la stessa possibilità di nascita che ha una nevicata ad agosto. Ipotizzare che il governo dica di sì a queste ipotesi, contravvenendo di fatto ai diktat provenienti da Bruxelles è più che un esercizio azzardato.

Il contratto di espansione è una cosa, la riforma delle pensioni con quelle due misure eccezionali è altro. Con lo scivolo permesso infatti, si tende ad agevolare le aziende che vogliono rinverdire il proprio organico dipendenti, agevolando il pensionamento di chi è a 60 mesi o meno dalla quiescenza.

Misura che costa un bel po’ alle aziende anche se possono godere di un ristoro per i mesi di Naspi spettanti ai lavoratori in procinto di uscire. Una misura che pertanto, costa relativamente poco alle casse dello Stato. Diverso lo scenario di una pensione flessibile a 62 anni che senza penalizzazioni, rischia di gravare in maniera esorbitante sulla spesa pubblica.

Ed ecco che si pensa a limitare le uscite, magari a determinate categorie di lavoratori. Si parla con insistenza dei lavori gravosi per esempio, ma anche dei cosiddetti fragili, nuova definizione di soggetti in difficoltà a seguito dell’emergenza Covid.

E per la quota 41 per tutti invece, si pensa ad una misura che se scelta dal lavoratore in alternativa ai 42 anni e 10 mesi della pensione anticipata ordinaria, prevede un calcolo contributivo della prestazione, assai penalizzante, come le lavoratrici con opzione donna sanno bene.