Pensioni 2022, a 62 anni o a 64 anni, come cambia la vita dei nati negli anni 60

Pensioni 2022, a 62 anni o a 64 anni, come cambia la vita dei nati negli anni 60

Presto dovrebbe ripartire il tavolo tra governo e sindacati con le posizioni che sono diametralmente opposte, la sintesi appare difficile

Il post quota 100 è senza dubbio argomento caldo, a maggior ragione se si pensa che il 31 dicembre si sta avvicinando e che dal 1° gennaio 2022 la misura di pensionamento a 62 anni con 38 anni di contributi cesserà di esistere.

Tempo fa il Ministro del Lavoro Andrea Orlando disse che le priorità del governo erano altre, perché c’erano i ristori, i Dpcm, la campagna di vaccinazione e l’emergenza Covid da seguire.

Ma lo stesso Ministro Orlando ultimamente ha dichiarato che presto ripartirà il tavolo delle trattative, con il governo ed i sindacati che cercheranno la sintesi per una riforma delle pensioni difficile da attuare, oppure per alcune misure che limitino i danni del post quota 100.

E se la riforma delle pensioni appare difficile, ancora di più lo è la sintesi di cui accennavamo prima, perché quando ripartirà il tavolo delle trattative, sindacati e governo si troveranno ad una distanza siderale come idee sul da farsi.

Riforma delle pensioni: la posizione dei sindacati

Quota 41 per tutti e senza penalizzazioni, questa la prima certezza relativa a ciò che i sindacati chiedono al governo. Si tratta della pensione senza limiti di età che anche Salvini e la Lega da tempo richiedevano. Tra le altre cose è depositato in Parlamento proprio un disegno di legge del Carroccio che tratta proprio di quota 41, ma con penalizzazioni di assegno.

I sindacati invece opterebbero per una quota 41 neutra, senza penalità di assegno proprio come comitati e gruppi di lavoratori, che hanno assunto quota 41 come cavallo di battaglia. E al governo c’è la lega, che oltre al leader Salvini ha pure Claudio Durigon come principali soggetti sponsor della misura.

Ma i sindacati non si fermano solo a quota 41. Infatti ci sarebbe anche la pensione a 62 anni con 20 anni di contributi. Una misura senza tagli e penalizzazioni, questa la richiesta dei sindacati che sono in pressione sul governo per questa misura di uscita flessibile.

Probabilmente le penalizzazioni di assegno non servono in un’epoca contributiva come ormai è la nostra. Tagliare gli assegni di un tot ogni anno di anticipo rispetto ai 67 anni della pensione di vecchiaia, oppure imporre un ricalcolo contributivo ai pensionati significa penalizzare lavoratori per due volte.

Questo perché ha sempre più incidenza il metodo contributivo di calcolo delle pensioni ed anche chi rientra nel misto ha sempre meno anni antecedenti il 1996 da utilizzare per il calcolo retributivo.

Ed è evidente che se più contributi si versano maggiore è la pensione, uscire prima interrompendo lavoro e versamenti significa già accettare un assegno più basso. È il principio cardine della flessibilità, con i lavoratori che in base alle loro esigenze possono scegliere quando uscire e cosa perdere di pensione uscendo dal lavoro dai 62 ai 67 anni.

Il governo pensa a quota 102

Il governo invece parte da una posizione più radicale, con una quota 102 peggiorativa rispetto alla attuale quota 100. Si parla con insistenza di quota 102, misura che lascerebbe inalterato il requisito dei 38 anni di contribuzione minima necessari ma che innalzerebbe a 64 anni l’età pensionabile che con quota 100 è a 62 anni.

Difficile che i sindacati possano avallare una soluzione del genere che se c’è un organismo a cui piacerebbe è senza dubbio la UE. Più facile parlare di lavori gravosi e usuranti, con agevolazioni e sconti in base agli anni di lavoro logorante effettuato nella carriera.

Anche questo infatti è uno dei punti che i sindacati hanno richiesto in un documento unitario inviato al governo. Tra gli 11 punti di cui consta il documento infatti, ci sarebbero pure gli sconti per le mamme lavoratrici che hanno avuto figli e le pensioni di garanzia giovani,

Ma è sulla flessibilità che si gioca la partita decisiva per la trattativa. Perché c’è da fare i conti con il pericolo scalone di 5 anni per il dopo quota 100.

Secondo le parti sociali, per chi ha cominciato a lavorare prima del 1996 e naturalmente ricade nel sistema misto, occorre pensare ad una misura senza penalizzazioni a partire da 62 anni d’età ed unirla ad una pensione senza limiti anagrafici a quota 41 anni di contributi.

E per chi non ha anzianità precedenti il 1996, occorre alleggerire il limite di 2,8 volte l’assegno sociale portandolo ad 1,5 volte per poter accedere alla pensione anticipata per i contributivi puri.