Pensioni 2021, il confronto tra quota 100 e Ape sociale: per i nati fino al 1958, la guida alla convenienza

Pensioni 2021, il confronto tra quota 100 e Ape sociale: per i nati fino al 1958, la guida alla convenienza

Le due misure che scadono il 31 dicembre 2021 rappresentano i canali di uscita per anticipare la quiescenza, ma hanno delle particolarità che le rendono uniche nel loro genere.

La quota 100 e l’Ape sociale anche nel 2021 resteranno due canali di uscita molto importanti per chi cerca una via di uscita dal mondo del lavoro senza dover aspettare i 67 anni delle pensioni di vecchiaia.

Sono due misure però che volgono al termine entro la fine dell’anno, perché salvo nuove proroghe, il 31 dicembre prossimo sarà la data ultima per centrare i requisiti utili in entrambi i casi.

Requisiti che una volta centrati vengono congelati e che potrebbero permettere di sfruttare le misure anche se queste non venissero rinnovate per i prossimi anni. Si tratta di due misure che hanno delle particolarità che le distinguono nettamente tra loro, a partire dai requisiti ma anche come struttura.

Misure previdenziali e misure assistenziali

La quota 100 è la misura che ha tanti estimatori e altrettanti detrattori. Tanto è vero che la sua scadenza del 31 dicembre 2021, (prevista fin da subito perché la quota 100 nacque sperimentale per tre anni) da molti è vista come una liberazione. L’Ape sociale gode invece di più sostenitori, tanto è vero che ormai sono anni che viene rinnovata ad ogni legge di Bilancio.

La quota 100 è una misura destinata a tutti, senza distinzione di tipologia di lavoro e senza distinzione di platee. L’Ape sociale invece è destinata a soggetti che hanno particolari problematiche, come i disoccupati, i caregivers, gli invalidi o i lavori gravosi. La prima è una misura tipicamente previdenziale, la seconda invece, altrettanto tipicamente assistenziale.

La prima è una vera e propria pensione, la seconda è un reddito ponte che accompagna il beneficiario alla pensione di vecchiaia a 67 anni. Quota 100 permette l’uscita a partire dai 62 anni di età con 38 anni di contributi versati. L’Ape sociale invece consente l’uscita a partire dai 63 anni di età con 30 anni di contributi versati se trattasi di invalidi, soggetti che assistono parenti disabili o disoccupati. Servono in vece 36 anni nel caso dei lavori gravosi.

I pro e i contro dell’una o dell’altra misura

Uscire dal lavoro con la quota 100 significa aver percepito la propria pensione per il resto della vita. Uscire dal lavoro con l’Ape sociale invece significa percepire un sussidio fino al compimento dei 67 anni di età quando si percepirà la vera pensione di vecchiaia. Dal momento che per la quota 100 servono 62 anni e per l’Ape sociale ne servono 63, evidente che nel 2021 i nati fino a tutto l’anno 1958 potrebbero aver diritto a entrambe le misure.

Ecco perché occorre mettere in luce alcune particolarità delle due misure che potrebbero spingere un lavoratore ad optare per la prima o per la seconda via. Dal punto di vista dei calcoli non cambia nulla perché si tratta di due misure neutre dal punto di vista delle penalizzazioni. Si percepiscono importi di pensione pari a quella maturata alla data di uscita nel senso che non ci sono penalità in base agli anni di anticipo o particolari regole di calcolo degli assegni.

Con l’Ape rispetto alla quota 100 però, manca una mensilità di pensione. Infatti la misura non prevede tredicesima mensilità. Inoltre, sempre a svantaggio dell’Ape c’è il fatto che la misura non prevede assegni familiari per chi ha soggetti a carico fiscalmente. Inoltre, l’Ape non prevede reversibilità a causa di decesso del beneficiario e non ha diritto a maggiorazioni e integrazioni al minimo.

Cumulabilità delle prestazioni con i redditi da lavoro

Con l’Ape sociale non c’è incompatibilità con attività da lavoro dipendente o da collaborazioni coordinate e continuative, purché non si ecceda il limite degli 8.000 euro annui. Con il lavoro autonomo invece il limite è pari a 4.800 euro.

Se si prestano attività lavorative entro queste soglie, queste attività sono cumulabili con l’Ape sociale. La legge permette quindi al beneficiario dell’Ape sociale di svolgere piccole attività ad integrazione del reddito percepito con la misura. Con la quota 100 invece vige il divieto di cumulo.

Il pensionato con la quota 100 ha l’obbligo di rispettare il divieto di cumulo fino al raggiungimento dei requisiti che gli avrebbero permesso l’accesso alla pensione di vecchiaia. In pratica, divieto di cumulare i redditi da pensione con qualsiasi altro reddito da lavoro fino al compimento dei 67 anni di età per la pensione di vecchiaia. L’unica eccezione a questo vincolo è il lavoro autonomo occasionale.

Infatti il decreto n° 4 del 2019 stabilisce testualmente che “la pensione quota 100 non è cumulabile, a far data dal primo giorno di decorrenza della pensione e fino alla maturazione dei requisiti per l’accesso alla pensione di vecchiaia con i redditi da lavoro dipendenti o autonomo, ad eccezione di quelli derivanti da lavoro autonomo occasionale, nel limite di 5.000 euro lordi annui”.