Pensioni 2021: 67 anni di età e 20 anni di contributi a volte non bastano, ecco perché

Pensioni 2021: 67 anni di età e 20 anni di contributi a volte non bastano, ecco perché

L’età pensionabile in Italia anche nel 2021 è fissata a 67 anni, mentre i contributi devono essere pari a 20 anni, ma a volte questi requisiti non bastano

Il sistema previdenziale italiano è impostato su due fattori predominanti, cioè su età e anzianità di contribuzione. Sia per il diritto alla pensione che per l’importo spettante, questi sono i due fattori cardine.

L’età pensionabile vigente per la pensione di vecchiaia (e lo sarà anche nel 2021) è quella dei 67 anni. Per quanto concerne i contributi invece, la soglia minima è pari a 20 anni. Naturalmente queste sono i due limiti per sommi capi, perché il sistema è costellato da una miriade di misure che funzionano in deroga ad entrambe queste soglie.

Si può andare in pensione con 15 anni di contributi con deroghe Amato o con l’opzione Dini, oppure si può andare in pensione a 62 o 63 anni rispettivamente con quota 100 e Ape Sociale. Ma sono davvero tante le misure che permettono vie di uscita meno rigide rispetto a quello che prevede la pensione di vecchiaia.

Ma a volte 20 anni di contributi e 67 anni di età non bastano per poter accedere alla pensione. Un fardello con cui hanno a che fare i cosiddetti contributivi puri. Vediamo perché per loro 67 anni di età e 20 anni di contributi a volte non bastano.

Pensione di vecchiaia per i contributivi puri, come funziona?

La pensione di vecchiaia nel 2021 si centra a 67 anni di età e con 20 anni di contribuzione previdenziale versata. Ma per rientrare in queste soglie e quindi riuscire ad andare in pensione occorre pure avere una anzianità assicurativa antecedente il 1996. Infatti pochi sanno che per chi ha iniziato la carriera dopo il 1995, cioè coloro che hanno il primo contributo versato dopo il 31 dicembre 1995, occorre anche rispettare un terzo requisito per poter accedere alla pensione di vecchiaia ordinaria.

I soggetti che hanno la carriera iniziata nel 1996 sono chiamati contributivi puri perché hanno iniziato a lavorare dopo l’entrata in vigore della riforma Dini che ha introdotto il sistema contributivo. Per questi lavoratori non c’è altro metodo di calcolo della pensione che non sia quello contributivo. Un sistema di per sé penalizzante come importo di pensione.

A questa penalizzazione però se ne aggiunge anche una relativa ai requisiti di accesso alla pensione, anche per la quiescenza di vecchiaia ordinaria che dovrebbe invece essere una misura fissa per tutti i lavoratori essendo uno dei due pilastri del sistema previdenziale (l’altro è la pensione anticipata).

Per i contributivi puri oltre all’età e ai contributi versati occorre rispettare pure un parametro economico. Tutto dipende dai contributi versati e da come devono essere i 20 anni necessari. In primo luogo, anche se per la pensione di vecchiaia sono utili i contributi a qualsiasi titolo versati, almeno 5 devono essere effettivi e non figurativi. Se non si maturano 5 anni di contributi effettivi (e 20 totali naturalmente) la pensione è rimandata fino a quando si soddisfa quest’altro vincolo.

Pensione a 71 anni di età e requisito economico

Solo a 71 anni questo cavillo viene meno, perché la pensione di vecchiaia in quel caso è assegnata anche solo con 5 anni di contribuzione. A tutto ciò va aggiunto che per i contributivi puri, oltra a 67 anni di età, 20 di contributi e almeno 5 di questi 20 effettivi, occorre che l’assegno percepito sia di un certo valore.

Per i lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995, è necessario che alla data in cui si è raggiunto il doppio requisito contributivo e retributivo, l’assegno di pensione maturato deve essere pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale. E ciò vuol dire che per avere accesso alla pensione di vecchiaia, dal momento che per il 2020 l’assegno sociale era pari a 459,83 euro, è necessario avere una pensione vicina a 690 euro al mese.