Autore: Guido Michelini

Pensione

Pensione opzione donna: età, contributi e penalizzazioni

Come funziona lo scivolo contributivo per le lavoratrici.

Si chiama opzione donna, una misura di pensionamento anticipato che si rivolge alle lavoratrici del settore pubblico e alle lavoratrici del settore privato. La chiamano anche scivolo contributivo donne perché è una misura che a fronte di una importante via di uscita anticipata dal lavoro, chiede alle lavoratrici di accertare il ricalcolo contributivo degli assegni. Una sorta di penalizzazione di assegno, perché si tratta di accettare una pensione più bassa di quella effettivamente spettante. Ma come funziona e chi può sfruttare la misura? Ecco la guida al Regime Sperimentale Donna, la cosiddetta opzione donna.

Opzione donna, i requisiti

La misura è sperimentale, perché nonostante sia stata introdotta dalla Legge Maroni, cioè dalla legge 243 del 2004, non è mai diventata strutturale. Ma da anni, legge di Bilancio dopo legge di Bilancio, la misura a continuato a funzionare. Anche nel 2020 quindi la misura è in funzione e già si ragiona su una ipotetica nuova proroga di un anno.

Lasciando da parte le ipotesi, la misura oggi in vigore prevede che possano andare in pensione prima a condizione di accettare una pensione calcolata con il metodo contributivo, le lavoratrici che compiono 58 o 59 anni nel corso del 2019.

58 anni è l’età prevista per le lavoratrici dipendenti, 59 anni quella per le autonome. Contestualmente a questo limite anagrafico c’è anche un requisito contributivo da centrare, che è fissato a 35 anni di versamenti. Ma questo requisito contributivo deve essere stato completato il 31 dicembre 2019.

Forti penalizzazioni di assegno

Opzione donna quindi, pur se sperimentale, da anni viene confermata e prolungata. Una misura che di fatto si prefigge un duplice obbiettivo. In primo luogo, il superamento dei rigidi requisiti della Riforma Fornero. E poi, la tutela di uno spaccato del mondo del lavoro, bisognoso di aiuto. Si tratta dell’universo delle donne lavoratrici, che spesso sacrificano carriera e lavori per la cura della famiglia e della casa.

Infatti sono molte le donne che hanno difficoltà a raggiungere le soglie di contribuzione utili alle pensioni proprio perché si trovano a dover scegliere se continuare a lavorare o dedicarsi a figli e casa. Così nasce opzione donna, misura flessibile che permette alle lavoratrici di poter scegliere, se si hanno i requisiti prescritti, di poter lasciare il lavoro anche a 58 anni.

Ma come detto, devono lasciare parte dell’assegno previdenziale a cui avrebbero diritto restando al lavoro o aspettando magari l’età pensionabile per la quiescenza di vecchiaia a 67 anni.

Ci sono tre livelli di penalizzazione a cui occorre prestare attenzione quando si sceglie opzione donna come canale di uscita dal mondo del lavoro. In primo luogo, la pensione verrà calcolata interamente col sistema contributivo.

E più sono gli anni di lavoro antecedenti il 1996, più si perde. Basti pensare a chi avrebbe il diritto alla pensione calcolata con il sistema retributivo fino ai contributi versati a tutto il 2011 perché ha accumulato 18 anni di versamenti prima del 1996.

E poi occorre pensare alle inevitabili penalizzazioni in termini di assegno previdenziale che si hanno in base all’età di anticipo. I coefficienti di trasformazione del montante contributivo (la somma di tutti i contributi versati nella propria carriera lavorativa) in pensione, sono tanto meno favorevoli al lavoratore che decide di andare in pensione prima, quanti più sono gli anni di anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia.

Ed infine c’è il nodo dei contributi in meno. Infatti è evidente che se uno lascia il lavoro per accedere ad una pensione anticipata, non versa più contributi e per quanto fin qui detto, in riferimento al sistema di calcolo contributivo della pensione, meno contributi significa meno pensione.

Opzione donna,i chiarimenti

Stando a come è in funzione oggi, la pensione con opzione donna è disponibile per le lavoratrici dipendenti nate entro il 31 dicembre 1961 e delle autonome nate entro il 31 dicembre 1960 a condizione che 35 anni di contribuzione sia stata raggiunta entro il 31 dicembre 2019 la misura prevede una finestra di 12 mesi, con il primo rateo di pensione quindi che arriva precisamente un anno dopo l’uscita dal lavoro. Finestra che nel caso di lavoratrici autonome, sale a 18 mesi.

Gli effetti della decurtazione di assegno a cui devono sottostare le lavoratrici operanti, varia in base alla singola situazione di ciascuna lavoratrice. In media si tratta di un taglio di assegno tra il 20 ed il 30%, come detto variabile in base all’età di uscita, agli anni di contribuzione e alla data di versamento dei contributi.

Per i 35 anni di requisito contributivo, va ricordato che sono utili tutti i contributi a qualsiasi titolo accreditati, quindi quelli obbligatori, quelli da riscatto, da ricongiunzione, i contributi volontari e i contributi figurativi. Solo per le lavoratrici iscritte all’Ago (Assicurazione generale obbligatoria), che è il fondo dove sono iscritte le lavoratrici dipendenti del settore privato, non si possono utilizzare i contributi accreditati per malattia e disoccupazione.

La normativa vigente in materia Regime sperimentale donna prevede che il sistema contributivo venga applicato solo sul sistema di calcolo della pensione e pertanto, alle potenziali interessate spetta anche l’integrazione al trattamento minimo e non sono previsti gli importi soglia tipici di chi accede alle pensioni nel sistema contributivo.

Inoltre la misura prevede la cristallizzazione del diritto, nel senso che possono accedere al pensionamento con opzione donna, anche quelle lavoratrici che hanno maturato i requisiti nelle date e nelle modalità utili al regime, ma che presentano domanda successivamente alla scadenza del regime stesso.

In altri termini, una donna lavoratrice che matura 62 anni di età entro la fine del 2020 e che ha completato 35 anni di contribuzione versata entro la fine del 2019, ha il diritto acquisito e potrà scegliere l’opzione anche nei prossimi anni, a prescindere da ulteriori rinnovi e proroghe del regime sperimentale.